Causa Corona virus, sono tra quegli italiani fatti rientrare presso le loro residenze.

Poco prima di partire per Parigi  avevo cambiato casa  lasciando Populonia per trasferirmi a metà tra il Golfo di Baratti e Volterra, visto che, gran parte degli esiti delle ricerche che sto svolgendo a Parigi, grazie ad una borsa di studio, hanno quale luogo di destinazione Volterra, e sempre più trascorro i mesi in Toscana lavorando al  Museo Guarnacci. 

L’avevo scelta un po’ alla rinfusa questa nuova casa, prima di partire, mossa da una certa urgenza, e sapendo bene  essere  un momento di passaggio.

Dentro di me infatti è maturato un altro progetto, per quel che attiene alla mia casa, ma i fatti mi hanno dimostrato che è ancora un po’ prematuro. Così, nel mentre che da una parte pareva accostare l’uscio dei desideri, anziché spalancarlo, dall’altra parte la vita mi mostrava questa soluzione che tra tante incertezze, mi è sembrata la più opportuna. 

Insomma, hai presente quella sensazione in cui ti trovi a metà del fiume?

Hai ben chiara e nitida la visione di dove sia  l’approdo dall’altro lato, ma sei comunque a metà, e pertanto devi ancora remare. In più, le acque non sono molto favorevoli, quindi non rimane altro da fare che attendere pazientemente  che il fiume mostri di nuovo la corrente più propizia per continuare l’attraversamento.

Perfetto. Questa casa è, esattamente, la metà del percorso. E questa è la sensazione che  mi ha indotto a sceglierla. C’era tutto il necessario, soprattutto la condizione per me più importante: il giardino per dare ristoro ai miei gatti.

È deliziosa, ma si può bene dire, e a ragion veduta, che sia  piena di difetti. Il primo su tutti è che nessuna compagnia telefonica ci funziona. E il telefono fisso non è possibile metterlo.

Capirai quindi che i primi giorni, qui, siano stati difficili.

Intanto perché venivo da un viaggio rocambolesco con al seguito i gattini, un Parigi Riparbella simile per intensità, scomodità e velocità, alla Salerno Reggio Calabria degli anni 70, poi perché, quando fai le cose di fretta, alla fine  devi sempre impiegare tanto tempo a sistemare quel che, grazie all’impazienza, hai finito per danneggiare.

Nei legami affettivi questa cosa è molto evidente, mi è capitato di allontanarmi da qualcuno proprio perché a causa dell’impazienza di agire, più che un danno è stata provocata una rottura. O magari la rottura era già lì e l’impazienza l’ha solo fatta emergere. Poco importa.

In questo caso, vuoi che la casa l’avevo scelta in circa 5 minuti e mezzo, vuoi che non avevo verificato praticamente niente che avesse una stretta relazione con il mondo della praticità, vuoi che sono stata sradicata dalla mia sognante mansarda parigina, vuoi le nebbie che spontanee offuscavano la vista quando l’ho scelta in virtù di una specie di amicizia che avevo con il precedente inquilino, fatto sta che mi ritrovo in una casa che pare sprofondare le sue radici direttamente nella quinta dimensione, o per dirla alla Ciriaco Goddi[1] nel buco nero. 

Aggiungo che oltre al telefono anche la televisione è k.o.

Prudentemente nella vita mi sono sempre portata appresso una quantità di libri, giusta, sia per leggerne di nuovi che per consultarne di vecchi. Scelti sempre con la dovuta cura e dovizia di argomenti, attinenti  il più possibile al momento che mi trovavo a vivere.

E mentre i gattini si stavano ben abituando a questa quinta dimensione, io stentavo un po’ a capire come relazionarmi con questo nuovo tempo.

Ho iniziato così a studiare il tempo, cercando di percepirne i confini, i mutamenti, il linguaggio, e devo dire che, al pari di un territorio anche il tempo ha una propria grammatica che, almeno da questa prospettiva di assenza di stimoli esterni, se non provenienti da alberi, animali volanti e striscianti ( al mio arrivo ho trovato due belle serpi eleganti, grandi e verdi a precedere i miei passi verso la casa nuova) è una grammatica ben diversa da quella che ci propone il ticchettio delle lancette.

Facciamo alcuni esempi per ben chiarirci. Ho notato questo uso oramai diventato comune di pubblicare contenuti scritti o visivi,  magari anche belli, con questa moda di indicare il tempo di lettura, visione, ascolto.

T’immagini, mi son detta, Dio che si volta verso l’Infinito Universo Tutto, e, prima di iniziare con la Creazione dichiara ai Custodi dell’ appunto Infinito Universo Tutto:

<<Tempo di creazione 7 giorni, compreso il riposo settimanale>>.

Sono scoppiata in una fragorosa risata, ed anche i gattini si sono altrettanto messi a ridere, nel loro singolare modo, e cioè rotolandosi beati nella terra.

Eppure più di una volta ho percepito chiaramente la sensazione di urgenza, urgenza sempre legata al fare: spedire mail, chiamare qualcuno, organizzare qualcos’altro, badare a quello o a questo. Far scivolare il pollice sullo schermo del telefono senza una relazione tra perché e per che cosa, alla ricerca di un pezzo da ascoltare, o di una news dell’Ansa, oppure così per perder tempo sui social.

Il tempo pare che lo si abbia, lo si perda, sia nemico, certe volte amico, altre ancora una specie di linea piatta che passa, giorno dopo notte.

Il mitico Fred Buongusto ne narra le vicende attraverso Il Mondo che gira, nonostante tutto,  perfino,  l’amore.

Ma adesso, da questa quinta dimensione, mi domando: ma queste definizioni derivano da una sorta di percezione conforme al Tempo o da qualcosa di più grossolano, legato invece al mondo della materia, comprese le emozioni e la psicologia che ci spingono questo Tempo a non “azzeccarlo mai davvero”?

Ho spesso la sensazione che si viva in un fuori ritmo, il tempo batte un due tre e noi?

Ah già, noi pensiamo. Pensiamo sempre.

Anni fa, tenevo uno rubrica dal titolo Nello Spirito della Terra in cui annotavo una serie di insegnamenti che ebbi modo di imparare stando a contatto con l’energia della terra. Energia che avevo sondato, studiato, evocato attraverso lavori energetici di canalizzazione che ho appreso frequentando una scuola, che tutt’oggi frequento, per canalizzatori.

Quando scrissi quegli articoli suddivisi il tempo secondo tre principali caratteristiche che esso mi pareva assumesse.

La prima, che va sempre in avanti, e lo chiamai Tempo Ordinario, è il tempo misurato dall’orologio, che non misura il passato, ma da esso trae forza e precisione

La seconda circolare che non ha inizio ne fine, e lo chiamai Tempo Magico, era invece definito dal mondo dell’intuizione, di quelle cose inspiegabili che l’uomo ha finito per chiamare “ caso” o “destino” e la terza Infinito, in cui il tempo si mischiava allo spazio, acquisendo spessore e densità. In chimica si potrebbe dire che i due elementi Tempo e Spazio mischiati davano origine ad un terzo elemento nuovo, che nulla pareva a che fare con gli altri due. Chiamai questo tempo, il Tempo dello Spirito.

Oggi, mi ritrovo in questa nuova dimensione, in questa casa nuova, senza stimoli, se non derivanti dalla Terra, dai miei gatti, e dai miei libri con il tempo che pare uno ed uno solo. Non che rinneghi ciò che avevo scritto precedentemente, anzi semmai, dentro di me si affina come quando fai la punta alla matita.

Come un interlocutore, mi appare oggi il tempo, forse lo Spirito di tutti gli Spiriti, con cui puoi imparare a relazionarti e che scopri essere disponibile, un collaboratore, un facilitatore, purtuttavia mantenendo una forma sempre definita, e a condizione che ascolti il ritmo che suona in quel momento.

Ecco si, il Tempo è un Suonatore di Aulos[2].

Così, essendo io nata per attuare ricerche, anche stravaganti, un po’ al di fuori dei canoni dediti alla normalità, ho preso a vivere, letteralmente, nel tempo dei gatti, perché mi è parso che, seppur sembrerebbe incredibile, si fossero abituati con una facilità estrema a questo nuovo territorio, a questo nuovo tempo. E quindi chi meglio di loro potevano condurmi ad udire questo Suonatore di Aulos?

E per una intera settimana ho vissuto come loro – ho passato gran parte del tempo  a scegliere accuratamente posticini in cui sostare per ore, in giardino, in casa. Mi sono alzata alle 4 di notte e come loro sono andata in giro fino alle cinque e mezza sei del mattino, per poi rientrare, mangiare e tornare a dormire, ho osservato i movimenti degli alberi, la caduta delle foglie, ho ascoltato tutti i rumori, imparando a stare comoda pur rimanendo vigile, ma soprattutto ho scoperto che nonostante questo, sono riuscita a compiere ogni cosa che dovevo: scrivere, lavorare, rassettare casa, studiare, badare a quello o a quell’altro, curare le piante del giardino.

Alla fine della settimana non possedevo il tempo, non ne avevo ne in più ne in meno, ma, semmai, era il Tempo ad essere me o io ad essere lui. 

Inappropriato trovo anche l’uso del verbo avere per relazionarsi con esso.

Possedere ed avere sono due verbi che spesso ci traggono in inganno.

E molto spesso sono utilizzati con sostantivi con cui non si accordano per nulla.

Non come i flauti di Aulos, tanto cari agli antichi greci, che riuscivano ad accordare le cose. Mettevano assieme la destra con la sinistra, collaboravano, piuttosto che possedere qualcosa, od avere, parevano essere.

Vivere questa dimensione, questo buco nero, seguendo abilmente le traiettorie e gli insegnamenti che mi porgono i miei gattini, mi ha innanzitutto insegnato a “sentire” nel senso di udire, o più ancora profondamente di Ascoltare.

I fruscii, i rumori della casa, i rumori fuori dalla casa. Una sorta di catalogazione di ogni suono percettibile al mio orecchio, delimita e definisce il campo del conosciuto. E questo è molto tranquillizzante e rilassante. Finché non c’è un nuovo rumore, allora via, ci alziamo io e i gattini ed andiamo a dare un nome a quel nuovo rumore. A volte scappiamo prudentemente, prima di avvicinarci al luogo da cui proviene quel nuovo rumore.

Immagino come sarebbe per un momento esportare questa attitudine all’ascolto alle relazioni ed ai colloqui.

Si perché diciamocelo francamente, generalmente mentre qualcuno ci parla, siamo già li pronti ad aver un disagio o un agio che si muove dentro di noi. Ecco che quel che udiamo, o leggiamo, sarà visto solo attraverso quell’agio o peggio ancora quel disagio.

Ascoltare come i gattini.

Ascoltare le parole o leggere a fondo le frasi. Distaccarsi un po’ dalla sfrenata voglia di personalizzare sempre tutto.

Quanta energia, mi dico, avrei in più, oggi, ripensando a certi confronti, ad altri conflitti, ma anche a certi compiacimenti, in cui è l’agio che si prende la scena.

Insomma ad oggi, da questa quinta dimensione o buco nero, vivendo un po’ al modo dei gattini posso ben dire che Ascoltare è la prima regola per stare bene.

Qualunque possa essere il significato della parola stare bene, per te che leggi.

ASCOLTA

Ascolta. Non occorre che sia tutto frainteso dalla personalità, dal giudizio, dal dolore.

Ascolta. Ascolta certamente la struggente melodia del dolore o quella più cruenta del giudizio ma non interpretare il contesto solo attraverso di esso.

Ascolta, e se c’è un nuovo rumore che non conosci, certo, fuggi, rintanati dentro di te. Sali su, in cima, nel tuo monastero. o scendi giù in fondo nella tua grotta. Ma fai come i gatti, non attardarti ad uscire  per verificare cosa sia che ti ha messo così tanta paura, perché forse è solo una finestra che sbatte. O magari è un serpente che striscia, ma non ci sono solo serpenti, ci sono anche altre cose li attorno.

Ricorda

Stamani alle ore 5,30 siamo usciti tutti e tre.

I gatti si sono avvicinati molto prudentemente alla siepe. Io dietro di loro. C’era una piccolo serpentello arrotolato che dormiva.

Abilmente il maschio gli ha dato una piccola sberletta, ma sembrava più una carezza. Mentre la femmina era dietro di lui pronta al balzo. Io ho preso il manico della scopa.

Ognuno di noi tre si è attrezzato secondo gli usi e i costumi della sua specie.

Il serpentello è scivolato via.

Mi sono gustata un buon caffè sulla sdraio, mentre i gattini continuavano sereni la loro perlustrazione.

I primi tempi li ho osservati fare questo stesso movimento ad ogni rametto finito a terra vicino alla siepe. Adesso ho capito perché. Si sono a lungo preparati a questo incontro. Forse loro udivano lo strisciare del serpentello.

Ma loro si sa possiedono il dono dell’Ascoltare.

Ma noi, si sa, possiamo sempre prodigarci per imparare ad Ascoltare.


[1] Uno dei Ricercatori Scienziati che nel 2019 hanno fotografato per la prima volta un Buco Nero nello spazio

[2] Aulos, ovvero uno strumento musicale usato dagli antichi Greci, simile ad una sorta di flauto, era formato da uno o due tubi di legno od osso. Progenitore dell’attuale Oboe.

WRITE A COMMENT