Ci sentiamo alcune settimane fa al telefono con Manuela, e decidiamo di andare alla Mostra che Livorno ha organizzato per Modigliani in occasione del centenario della sua morte. Ha oramai acquisito un po’ dell’idioma livornese, Manuela, che esprime in una simpaticissima cantilena o trascinamento della vocale quando finisce la frase, specie se è di buon umore.

<<Livorno si veste a nuovo>>, mi dice al telefono.  Lei che in realtà è di Milano, trova buffe alcune cose che succedono lì, come questa di vestirsi a nuovo.

Già, Livorno si veste a nuovo, come si faceva un tempo nelle case contadine, quando alla domenica si indossava l’abito buono per andare alla messa.

La sensazione che ho mentre acquisto il biglietto dell’areo Parigi-Pisa è proprio questa che mi raccontava mia nonna da bambina.

Nonna era nata nel 1910, ed era già vecchia quando io la conobbi. Come Livorno che nacque già vecchia. Una terra di scorribande, dove non ci sono regole ma c’è qualcosa che allora era definito “libera circolazione”. Insomma se da nessuna parte del mondo trovavi il tuo posto o nessuno ti voleva, a Livorno t’avrebbero accolto comunque.

E di cose ne avevano viste tutte e due, sia mia nonna che Livorno.

Credo che fino all’avvento della televisione mia nonna, e forse anche Livorno, avesse anche capito quasi tutto di questa tecnologica modernità che stava avanzando, poi, dopo d’allora non ne vollero entrambe sapere più.

Ma d’altronde a mia nonna, che si potesse volare in poche ore con il Concorde da Parigi a New York non importava nulla. Non le importava perchè a Gello non c’era bisogno di questa velocità. A Gello bastava attendere che il tempo trascorresse e in quel passare c’era il segreto della felicità.

L’orto che fioriva, il grano che si innalzava al cielo facendosi sempre più del colore dell’oro, le uova nel pollaio e le sue splendide rose rosse. Quando i figli, ed anche i nipoti, prendevano a discutere sui treni, sulle città, sulle leggi, sui soldi, sui computer che fanno tutto da soli, sulle manifestazioni in piazza, i diritti ed i doveri,  su quello che è di moda o non lo è più, lei li osservava tutti, li ascoltava, ma si percepiva nell’espressione del suo viso un sogghigno, proprio uguale a quello dei gatti.

Implacabile, impassibile, ci guardava come a dire “E quindi?”.

Io la ammiravo e ne ero innamorata, ma altrettanto m’innamoravo, ogni giorno di più, di questa moderna tecnologia.

E così i miei amici livornesi, amano la loro città ma amano anche il suo opposto.

Era all’antica mia nonna? No, semplicemente era perfettamente in simbiosi con il territorio ed il mestiere che faceva. Non c’era necessità d’altro.

Conosceva il mutamento della luna e quello che le occorreva. Conosceva i suoi talenti per ciò che le occorrevano. Non sapeva niente della vita e della morte e per questo s’affidava alla Divina Provvidenza.

Però sapeva che questo suo tempo era alla fine, che quindi noi dovevamo studiare, che era importante lo si facesse perché questo suo tempo andava finendo.

Ed allora lei ci esortava ad attrezzarci. E io lo feci, presi provvedimenti per iniziare a mettere assieme questi due opposti.

Ma per Livorno pareva che questo adattamento non ci fosse stato. Prima le avevano affibbiato questo carattere unico fatto di estrema convivialità tra razze, di transito di merci e sosta di persone variopinte, come gli abiti delle donne africane, e poi  man mano tutto cambiava; ma è come se non glielo avessero detto, a Livorno, che quel tempo stava finendo.

Ed i livornesi non si erano accorti che era tempo di cambiare? E forse non gliel’hanno mai detto perché ancora oggi pare che non serva avere  un progetto, un nesso, o un senso per abitare a Livorno. Pare sia sufficiente solo abitarci.

E dopo che si fa? Dopo si vedrà.

È buffo, perché io di Livorno ho invece altri ricordi, altre sensazioni.  

Chiudo la valigia con i pochi indumenti, starò via pochissimo, giusto il tempo della mostra e rientro quà. 

Ogni volta che da Parigi mi muovo verso la mia terra mi preparo sempre evocando dentro di me ricordi come questo. I ricordi sono come una piattaforma su cui poi si sviluppa l’esperienza che ti stai accingendo a fare. È come uno strato roccioso su cui nasceranno nuovi ricordi.  Non importa che gli occhi si posino su qualcosa che hanno già visto un milione di volte. I ricordi non hanno bisogno di novità per generarsi, ma di pazienza e presenza.  

Ed io ben sapevo che andare ad una mostra a Livorno non sarebbe stata un’esperienza qualunque, sia per la relazione stretta che ho da sempre con Andrea e Manuela, sia per la relazione altrettanto particolare che ho con Livorno.

Ci diamo appuntamento con i ragazzi in piazza, io ho un nuovo taglio di capelli, così mi diverto a nascondermi un po’ tra i passanti, e difatti al loro arrivo non mi riconoscono. Mi ci viene da ridere e dopo i primi incerti <<stai bene, è solo che sembri diversa>> siamo già ad aggiornarci sugli ultimi sviluppi: la vendita del bar, il lavoro della Manu, la mia attività di scrittrice appena iniziata, l’epidemia in corso del Coronavirus. 

Sono una bella coppia Andrea e Manuela, entrambi provengono da due famiglie piuttosto difficili, dove pare regnare il gioco del contrario: chi è figlio fa da genitore, chi è genitore fa da figlio. Questo modo di crescere ha con sé dei vantaggi ma anche degli svantaggi.

L’autonomia con cui si deve nascere, come una sorta di prezioso aiutante della vita che sfocia nel  fare le cose da soli, nel trovare soluzioni che siano valide anche per gli altri, nello sviluppare un forte senso di cura, certe volte s’inasprisce come le rocce che colano a picco sul mare, e diventa solitudine, o forse s’incallisce nell’abitudine di doversela in qualche modo cavare sempre da soli.

Non si è avvezzi al confronto o al chiedere aiuto, così tutta questa altra parte del dialogo, dell’educare chi ci sta attorno a come siamo fatti, bisogna impararla, ed io spesso ho la sensazione che sia uno dei motivi, oltre l’amore, per cui Manuela ed Andrea stanno insieme. Imparare tutta questa altra parte del dialogo, del raccontare di sé e non degli altri.

Comunque la cosa più piacevole che ritrovo sempre nei loro sguardi è una sorta d’assenza di possesso. Non si possiedono quei due ma s’accompagnano, s’accostano come le barche, le une alle altre in attesa dell’attracco.

Si, sembrano proprio due barche vicine l’una all’altra, che sanno che certe volte usciranno assieme in mare, altre invece aspetteranno pazienti il rientro dell’altro. Non c’è quell’estenuante clima di gelosia che finisce sempre per mettere qualcuno in imbarazzo, anzi tutt’altro, il vento è sempre mite come la bonaccia che nelle belle giornate ti culla, mentre prendi il sole sul Romito.

Siamo contenti di stare assieme, ci fa piacere passare del tempo assieme. Spesso ci sentiamo alieni per questo strano difetto con cui siamo nati: essere curiosi. Ci piace indagare dentro di noi, ci piace porci domande su tutto ciò che ci accade, su ciò che succede attorno a noi, ci piace così tanto che è una fortuna essersi trovati. Perché non è molto diffuso questo modo d’intender la vita.

E non lo si contrae nemmeno facilmente come il Coronavirus, ahimè.

Durante la fila per entrare riusciamo in circa 20 minuti ad aggiornarci su tutto. D’altronde se ti conosci bene non occorre molto tempo per andare al nocciolo della questione. Poi siamo anche emozionati di fare questa visita assieme, che equivale a rendere onore a Livorno, che è la loro casa ma anche un po’ la mia. Io poi sono bramosa di vedere il ritratto di Elvira, ed ogni cinque parole, come fossi un disco rotto, ne pronuncio il nome.

Parliamo di Modigliani prima di entrare, della sua storia. Le parole sono sempre un po’ le stesse: Livorno non ha capito il suo genio e lui è andato via, dove potesse essere compreso, valorizzato.

Io però sono scettica e non credo che vai via da un posto perché non sei capito da quel posto, credo che vai via perché per la tua ricerca è interessante anche altro, oltre al luogo in cui sei nato. Gli artisti sono innanzitutto dei ricercatori. Cercano qualcosa che li possa rendere riconoscibili. Una caratteristica, un colore, un tratto, una melodia, una suggestione, l’uso di taluni aggettivi. Ricercano dentro il loro Fa Diesis.

Ho sempre creduto che fosse così che abbattono le barriere del tempo.

Porgono il loro Fa Diesis alla morte, che li lascia passare da vivi per poter vedere cosa c’è oltre, e riportarlo poi qua, nel tempo dei vivi, come dono, come conforto, dentro ad una melodia, ad un dipinto, ad un terzetto.

Ma oggi qui si respira questa livornesità incallita, che ti fa credere che sia vero che Modigliani sia andato via perché “Livorno non riconobbe il suo genio, poiché essa è solare ed anarchica, drammaticamente conservatrice, ostile al rinnovamento e irragionevolmente orgogliosa delle proprie debolezze”. È cosi che Massimo Luconi la descrive nel monologo di Modigliani, di Brucioni e Crestacci. Libricino che ho subito acquistato alla fine della mostra.

Ed è vero. È indiscutibilmente vero che in ogni corridoio del museo della città, dove è allestita la mostra, e anche nell’allestimento stesso, emerga questa concezione.

167 dipinti, solo 8 di Modigliani, più alcuni bozzetti.

Corridoi oscuri, gremiti di quadri come le banchine del porto quando sbarcano i turisti delle navi da crociera, e il Modigliani relegato in una specie di fine corridoio, dove inevitabilmente si creava una fiumana di esseri umani, per lo più italiani, che si sa che non si sono ancora dati delle regole sulla circolazione a piedi, come ci sono nella maggior parte delle capitali europee, specie nelle metropolitane, per cui si sale a destra e si scende a sinistra.

Quindi immaginate la scena: gente che inizia a guardare procedendo da destra verso sinistra, gente da sinistra verso destra ed i soliti furbacchioni che tentano d’infilarsi tra la calca della gente posta alla parete di fronte.  

Ripreso con la cinepresa, trasposto in bianco e nero, con una musica anni 40 in sottofondo ed accelerato, ne sarebbe uscito un perfetto cortometraggio, buffissimo nel vedere i goffi, disordinati  movimenti di tutta questa gente.

Ma non lo vedono questo casino gli organizzatori della mostra? ci domandiamo io e Manuela. Lo vediamo solo noi?Poi, in una stanza in mezzo al museo troviamo un plastico della città di Livorno e io ed Andrea, affacciandoci alla finestra, cerchiamo di capire dov’è attraccata la barca del nostro amico Antonio.

È così si cerca di sdrammatizzare. Perché quel senso di sacro e rinascimento che doveva passare, a cui eravamo venuti a dare testimonianza, non c’è.

Non c’è. Passa la solita triste storia a cui fin da troppo siamo abituati.

Ma io conosco sia Andrea che Manuela e questo mi fa vedere tutto da una prospettiva diversa.

Andrea è di Livorno, ed ha un bar in uno dei quartieri più vecchi. Il Bar Paoli. E lui è un rinnovatore, è uno che si muove, uno sportivo, uno veloce. Rispecchia appieno, a mio avviso, la grammatica di questa città.

La grammatica di Livorno, il carattere del territorio, con il mare che lambisce la costa, Montenero che la sovrasta con i suoi boschi e la sua macchia mediterranea, i venti di libeccio, piazza Mascagni che pare la grande scacchiera della vita, dove ognuno di noi gioca la sua partita.

Per me poi Livorno è uno dei pochi luoghi in cui perdo il senso dell’orientamento, eppure ogni volta che mi sono trovata a vagare per questa città, tipo ramingo nel Signore degli Anelli, ho ritrovato, nel perdermi, parti di me stessa. Più mi perdevo e più mi avvicinavo al centro di me, come in un labirinto.

Ma c’è questo contrasto continuo. Livorno è anche quella in cui regna l’incuria e l’abbandono. Dove la non valorizzazione dei propri talenti pare essere la sua dannazione.

È come se il territorio dicesse “sinistra” e gli abitanti capissero “destra”.

Sembrano storditi certe volte, forse dalla troppa forza del mare, che subito sbatte sulle colline e non c’è modo che esso venga mitigato dallo spazio. Rimbalza subito sulle rocce.

Mi domando cosa sarebbe accaduto se i focolai di Covid 19 fossero scoppiati a Livorno. Poco avvezza alla praticità e ancor meno all’organizzazione. Di sicuro ci sarebbe stato materiale per gli editori del Vernacoliere per tante, tantissime edizioni.

Eppure  le sue regole grammaticali sono attrattive come la forza di gravità. E difatti Manuela, da Milano, viene a vivere a Livorno.

Ma le scelte non sono casuali, e come il Coronavirus ferma la Lombardia ed il Veneto dove si corre sempre, così Manuela decide di passare da una faccia della medaglia all’altra, da Milano super organizzata, sempre sveglia, a Livorno, dove ci sono poco regole e dove il senso delle priorità è spesso viziato da una specie d’imprecisione. Dalla Pianura al Mare.

Mentre l’aereo decolla e mi riporta a Parigi, dall’alto vedo il territorio sottostante e mi appare come un grande vocabolario, le parole assumono un significato valido solo per quel contesto.

Così mentre osservo il linguaggio del mare, della macchia mediterranea, delle rocce addolcite dal salmastro, e sento i venti a volte troppo forti ed altre molto miti che incitano gli abitanti di Livorno ad aprirsi, a comunicare, a scambiare, a dare valore a loro stessi, capisco le motivazioni che sottostanno alla scelta di vivere in un luogo piuttosto che in un altro.

Mi è molto chiaro che il territorio è la mappa della nostra coscienza. Ma soprattutto comprendo il valore delle scelte che compiamo rispetto ai luoghi in cui viviamo.

Non si nasce per caso in un territorio piuttosto che in un’altro, così come non si sceglie di andare a vivere da un’altra parte per un motivo legato al lavoro o all’amore.

È negli occhi del quadro di Elvira che comprendo che i movimenti riferiti ai territori, sono legati a quello che dobbiamo apprendere, a ciò che dobbiamo far emergere. Potenzialità e limiti.

Ho scelto Parigi perché m’insegna un atteggiamento di cura delle mie fragilità e in questo modo riesco a comunicare attraverso lo scrivere. Ho scelto Parigi perché l’energia di questo posto è la giusta melodia affinchè possa rendere manifesta la mia canzone.

Scegliere un territorio è come scegliere il campo interiore ed esteriore su cui vuoi porre la tua attenzione.

Il linguaggio di un territorio rappresenta il campo di ricerca su cui fai poggiare la prova che, l’ipotesi da cui sei partito, sia confutabile in una tesi.

È il campo di battaglia o il giardino segreto che accoglie il tuo essere.

E tu  sei nel territorio giusto affinchè le tue ipotesi siano confutabili nelle tue tesi? E come puoi incidere sulla grammatica del luogo in cui abiti?


Finalmente rientro nella mia mansarda, i gatti si stiracchiano mentre vengono a salutare la loro umana preferita. Prendo Leonardo in braccio e mi accosto alla finestra. Osservo il grande salice piangente che ricopre la punta dell’isola di Ile de la Citè, guardarlo mi allarga il respiro, lo fa diventare rotondo ed espanso.

Ho scelto proprio un bel luogo dove abitare, da cui osservare e scrivere. 

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