La piccola mansarda con i tetti spioventi di quel blu grigio così caratteristico nel centro di Parigi è senza dubbio la casa che più si adatta a me.

Dalle grandi finestre posso intravedere la Senna, proprio la punta dell’isola di Ile de la Citè, con quel suo enorme salice piangente, dove più di una volta sono andata a nascondermi dai miei pensieri.

A Parigi la mia indole romantica, molto scarsa nella mia cara Toscana, si fa largo con insistenza tra le giornate di pioggia autunnali e i voli degli uccelli in primavera. E proprio tra le fronde di questo albero posso gustarmi la prosa romantica che sgorga dalla mia penna senza arrossire.

Anche i miei gattini amano molto il panorama che Parigi ci offre dalla nostra mansarda sia con i suoi pallori diurni che con le sue intense luci notturne.

E’ domenica, ho appena finito di scrivere un capitolo del Romanzo a puntante, e penso che prima o poi arriverà anche il titolo, ma che tutto sommato sono soddisfatta di come i personaggi stanno assimilando il loro carattere.

Posso gustarmi un buon te, aspettando le luci della sera. Leonardo il gatto adora questo momento, s’incuriosisce e i movimenti lenti e precisi lo attizzano molto, tanto è che gli viene voglia di giocare, mentre Lucrezia, la gattina incurante si stiracchia posizionandosi un pò meglio sul suo cuscino color viola.

Imparai la cerimonia del te da Lukas, l’architetto che si era occupato di arredare la mia mansarda.

Mi parlò di lui la mia amica Odette. Fu lei a trovarmi questa casa che per pochi euro mi davano in affitto proprio perchè c’erano dei lavori da fare. Era infatti un open space, dunque la casa era da creare. Necessitavo di spazi dove le mie virtù potessero trovare accoglienza per potersi al meglio esprimere e i vizi un pò di ristoro dalle lunghe ed affannose velleità della vita. Odette era brava ad ascoltarmi, e faceva dei biscotti alle noci, miele e mele favolosi, in più conosceva tutti i segreti di Parigi. Così quando mi parlò di Lukas, questo architetto di origine tedesca oramai naturalizzato Parigino, come colui che faceva al caso mio, non esitai neanche un instante ad andare a fargli visita.

Mi recai al suo studio in Rue de l’Universitè, un via da cui si apre una vista mozzafiato della Tour Eiffel. Ti appare improvvisa con quella sua maniera di essere simbolo e signora di questa città. Un pò come nel gioco degli scacchi la Regina, così la Torre fa quel che vuole lei, e se vuole riesce anche a nascondersi dai diversi Belvedere de la Cité tra gli innumerevoli monumenti, per poi riapparire inaspettatamente così da toglierti il fiato. Ha un carattere vanitoso la Signora di Parigi.

Per quattro volte mi recai al suo studio, senza mai incontrarlo, parlai solo con i suoi assistenti, i quali mi fecero una intervista in piena regola. Dovetti raccontare di ciò che amavo e di ciò che non mi piaceva, mi posero domande sulla nostalgia, sulle emozioni, sui colori, su come concepivo i miei spazi. Sul tempo che dedicavo a scrivere e quello che trascorrevo a cucinare, mi chiesero di Leonardo e Lucrezia, i loro colori e i loro umori, e così via, fino ad esaurirsi ogni loro curiosità. Fu senz’altro utile, sia per loro che per me, questa intervista in quanto potei ancora una volta ricapitolare il perchè avevo scelto questa doppia vita, tra i chiari e gli scuri.

Finalmente arrivò il giorno in cui l’architetto in persona mi avrebbe consegnato il progetto. Ero curiosa di conoscerlo. Chissà se quell’aria informale ed accogliente del suo studio lo rispecchiava davvero.

Arrivai all’appuntamento puntuale e la sua assistente, una donna mora, magra, con i capelli scuri e gli occhi piccoli ed allungati nella forma, di nome Marzia, italiana come me, cordiale e dotata di una ottima espressività corporea ma di poche parole apparentemente pronunciate con una certa timidezza, mi condusse nello studio di Lukas.

Ad accogliermi un uomo dal fisico asciutto vestito in maniera sobria dentro al suo dolcevita blu scuro. Mi dice un buongiorno con un timbro di voce basso ma piuttosto profondo, invitandomi a sedere ad un tavolino di fronte a lui dove vi erano due tazze, una teiera fumante e delle bustine di te.

Con dei movimenti lenti e ritualizzati iniziò a preparare il te. Ogni movimento che esso compiva pareva sospeso tra le righe di un tempo il cui unico scopo è quello di creare eternità.

Gli unici rumori oltre a quelli prodotti dagli oggetti, dall’acqua che cadeva nelle tazze, dalla carta degli involucri delle bustine del te, erano il mio respiro ed il suo.

Mi servì il the con una tale accuratezza che sentii chiaramente il mio torace allentarsi tra le costole ed i miei organi rilassarsi a tal punto da percepirli. Una sensazione di totale e completo abbandono a quel momento pervase il mio essere.

Infine quando finimmo di bere, restando tutto il tempo in silenzio, mi dette i disegni del mio nuovo appartamento e come li vidi capii subito che erano perfetti, ogni spazio era stato congeniato secondo le mie preferenze, i colori e i mobili creavano un movimento che pareva ben rispettare l’alternanza interiore dei momenti di vivacità ad angoli di osservazione e ristoro.

Non dissi alcunchè sul progetto in quanto l’espressione entusiasta del mio volto non necessitava di aggiungere parole.

Prima di congedarmi tuttavia una curiosità si fece strada nella mia mente e posi una domanda all’architetto:

” Mi scusi Lukas vorrei domandarle se non avesse fatto questo mestiere cosa d’altro avrebbe desiderato fare?”

Mi rispose così ” da bambino desideravo lavorare in un piccolo ufficio postale di un altrettanto piccolo paese tra le Montagne da cui provengo”.

Da quel giorno certe volte come questa domenica pomeriggio mi preparo un te con la stessa cura cerimoniale che m’insegnò Lukas quel giorno, ed attendo che il tempo tessa la sua trama.

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