Parigi, 17 marzo 2020


Sono rientrata a Parigi alla metà di Febbraio da un viaggio lampo a Livorno per la Mostra dedicata a Modigliani, di cui vi ho abbondantemente parlato nella precedente pubblicazione. Allora, scherzando, approcciavo  con i miei cari amici Livornesi l’affacciarsi nelle nostre vite di questa sorta di spettro a cui hanno dato il nome di Covid 19 e che di lì a poche settimane sarebbe stato definito dall’OMS una Pandemia.

Ed adesso qua a Parigi le restrizioni sono arrivate come in Italia per arginare questo ignoto fenomeno.

La mia vita è cambiata quanto alla possibilità di spostarmi con la solita impassibile libertà di scegliere oggi per oggi stesso se stare a casa, fare due passi, o addirittura una bella gita, mentre i miei impegni lavorativi sono rimasti i medesimi. Ma in questo c’è da dire che ho lavorato molto per inventarla la mia professione, stando ben attenta a concepire con arguzia i tempi, i ritmi, gli spazi così da poter avere molta, moltissima libertà perché quando ero piccola potei aver modo di leggere i pensieri di Gustave Coubert e più di tutti uno mi rimase appiccicato addosso come la seta su di un corpo umido:

«I am fifty years old and I have always lived in freedom; let me end my life free; when I am dead let this be said of me: ‘He belonged to no school, to no church, to no institution, to no academy, least of all to any régime except the régime of liberty. »

E così fu. Non avrei mai voluto che di me si dicesse che fossi appartenuta a qualcosa concepita dalla mente dell’uomo. Né ad un lavoro, né ad una religione, né ad un dogma. Neanche che fossi appartenuta a qualcosa partorito dalla mia mente, fosse anche stata una idea geniale.

C’era sola una cosa a cui sentivo di poter appartenere e cioè alla Terra ed ai suoi elementi, ed ogni volta che le zolle di terra scivolavano tra le insenature delle mie mani o si incollavano per giorni sotto le mie unghie quando scavavo alla ricerca del passato, beh, solo allora, appartenere assumeva un senso consono al mio essere, alla mia indole.  Ma non giungere a conclusioni affrettate: non ho un’indole anarchica, anzi l’anarchia come il totalitarismo non mi sono mai piaciuti.

Quindi, con questi presupposti di nascita, in qualche modo posso dire di non aver avuto altra scelta se non quella d’inseguire questo senso di disponibilità verso me stessa, così ad esempio da diventare nel lavoro talmente autonoma che neanche la Pandemia pareva poterlo scardinare.


Ma c’è un altro aspetto, quello della impossibilità di muovermi che inizia a scalpitarmi dentro come mille e più tamburi Questa forma di prigionia, questa impossibilità di viaggiare, di andare in orari improbabili sulla terrazza del Sacro Cuore solo per gioire dei tramonti o delle aurore di una assonnata o stanca Parigi, la Provenza, i giardini, i musei, le domenica pomeriggio al cinema. Niente.

Adesso sono come tutti pressoché chiusa tra le mura di casa con i miei gattini.
Il panorama è sempre il medesimo.

I Gattini si muovono allo stesso modo, per loro non è cambiato niente, dalla loro dimensione non vi sono novità. Così trascorse alcune ore a lavorare ai diversi progetti, infine, non mi rimane che specchiarmi nelle vetrate delle grandi finestre della mia mansarda, da cui non entrano quasi più rumori ma flebili luci della città; anch’esse piene di timidezza paiono tentare di illuminare questa nuova realtà che a man mano fa capolino, restia ancora dal mostrarsi per ciò che è.

D’improvviso mi pongo questa domanda? Ma che aspetto assume in questo momento privo di riferimenti l’Educazione Sentimentale?

Di solito siamo abituati a concepire la relazione con noi stessi e con gli altri secondo  tre dimensioni che sono l’altezza, la lunghezza e la profondità. I sentimenti che proviamo per esempio a seconda della combinazione di questi tre elementi assumono variegate forme, dalla conoscenza disinteressata all’amore. Ed in mezzo centinaia di sfumature più o meno romantiche, più o meno intriganti.

E generalmente queste tre dimensioni sono certezze applicabili un po’ ad ogni ambito della vita. Familiare, lavorativo, scientifico, di ricerca interiore.

Tre dimensioni declinabili nei più svariati campi dell’esistenza.

 Ed anche  quando la vita ci riserva delle sorprese queste tre dimensioni rimangono come stabili e forti sostegni. Non scompaiono mai. Attraverso la loro osservazione, da dietro di esse cioè, osserviamo i diversi ignoti che la vita o le nostre scelte ci prospettano.

Anche l’osservazione della morte è contemplata attraverso queste tre dimensioni. E così il nostro istinto le individua con estrema naturalezza, gli da i più diversi e disparati nomi, e poi come un buon soldatino il nostro corpo si muove camminando su una di queste tre dimensioni.

Leonardo miagola con insistenza.

Quando m’immergo in queste sensazioni e affiorano ricordi alla mia memoria di come io sia e forse di come noi tutti si possa essere giunti fino a qua, i gattini si svegliano dal loro torpore in cui sono generalmente avvolti per circa 20 ore al giorno, e destandosi iniziano a compiere movimenti astrusi, come solo i gatti riescono a fare.

Prendo allora carta e pennarello sollecitata dalle movenze dei miei gattini e disegno questi ricordi.

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Cioè generalmente osserviamo l’ignoto dalla prospettiva  offerta dalle  tre dimensioni.

Poi accade altro.
Accade la Pandemia. Accade lo sconosciuto.

Quell’ignoto che osserviamo dalle tanto confortanti tre dimensioni diventa  sempre più grande, prende sempre più spazio.

Come?

Sono davanti alla finestra ed osservo il palazzo di fianco.

Adesso conosco alla perfezione ogni particolare, numero delle finestre, colori, piante che si intravedono, dove sono le luci.

Prima?

No, prima sapevo che c’era un palazzo di fronte al mio. E questo era sufficiente.

In questa nuova condizione i particolari pare abbiano assunto una proporzione più rilevante.

Il carattere generale delle cose è passato in secondo piano, mentre i particolari, i contorni paiono aver assunto una proporzione di rilevanza: non più 10 a 1 per il carattere generale  ma a volte c’è, addirittura, una controtendenza 1 a 10 per i particolari.

Disegno questo nuova realtà

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E anziché guardar l’ignoto da una posizione conosciuta guardiamo la posizione conosciuta dalla prospettiva dell’ignoto.

E tutto muta. Cioè mutano le proporzioni che fino ad allora avevo dato ai comparti della mia vita.

Le proporzioni mutano ed emergono nuove costatazioni sia riferibili al passato che al mutevole presente.

Stati d’animo come la nostalgia e la paura si intersecano di continuo.

Pare vogliano insegnarmi qualcosa.

Qualcosa a cui do il nome di paziente speranza.

È come per Botero quando scopre il volume nella pittura. D’improvviso osserva l’arte figurata da dietro l’ignoto della sua ricerca di artista, e la figura esplode, cioè le proporzioni appaiono “sballate”. Ma lo sono perché viste dalla posizione usuale oppure  se  le osservassimo da dietro l’ignoto  sarebbero giuste?

Sono domande che non avranno mai risposte. Perché il succo è proprio questo:  <<siamo sempre andati verso una spasmodica ricerca di risposte, forse perché ammettere che esiste sempre, e non solo come caso eccezionale, una quarta dimensione, un ignoto, una specie di buco nero, ha davvero dell’incredibile per la natura umana.>>

Certamente muta l’Educazione Sentimentale. Non pare più essere quella del mio caro Flaubert, o di Goethe, ma neanche quella dei dipinti del cinquecento fiorentino. Pareva che l’educazione sentimentale  avesse a che fare in maggior modo con il tempo, con la disponibilità di tempo, con il possedere il tempo. Anche io l’ho scritto, e nella mia più profonda intimità l’ho creduto. E l’ho creduto perché da quella usuale posizione attraverso cui ho osservato me stessa e il mondo il tempo assumeva proporzioni rilevanti, o non c’era o ce ne era troppo. O era crudele o aggiustava tutto. O finiva e dunque si muore o finiva e dunque lasciava il posto a qualcosa di nuovo.  L’unico spartiacque davvero efficacie per descrivere intere trasformazioni, singole o di massa, perfino per definire correnti artistiche o culturali.  

Anche la pop art o i tempi antichi del paleolitico, o delle popolazioni della Mesopotamia, o dei potenti Aztechi o dei Maya paiono assumere proporzioni diverse da questo nuovo punto di vista.

Mi pongo tutto d’un tratto ad osservare da dietro il grande ignoto, fregandomene per certi versi del fatto che non lo conosco e d’improvviso si aprono prospettive nuove, nuove combinazioni, nuove assonanze e nuove dissonanze.

Le acque dei canali di Venezia sono limpide.

I suoni della natura sono in primo piano, mentre i rumori delle città sono diventati come comparse su di un palcoscenico, passano e via e non sono i protagonisti di questa grande messa in scena. Anche le lotte intrinseche, anche i tanti accenti posti esclusivamente sulla ricerca di un equilibrio tra il maschile ed il femminile, tra se è meglio essere o avere, come sotto al beneficio di un malocchio, paiono addormentarsi.

Che pace. Tutto Tace.

Osservo le mie tre care dimensioni, conosciute, sperimentate, vissute, presenti in questo momento di pace e le vedo ancor più comprensibili, lucenti, splendenti. Ma sono diverse viste da qua, hanno proporzioni diverse.

Attendo con paziente speranza che le nuove vie vengano tracciate, che nuove parole vengano ricordate, che questa educazione sentimentale sia vestita di nuovi sogni e di nuove volontà.

E così non ho altro da fare.

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