La vita è piena di pazienza,

la storia è piena di pazienza,

la conoscenza è paziente.

Non c’è un altro modo di approcciarsi alla vita

se non quello di pazientemente aspettare

di comprenderne il senso. Ognuno il suo.

Il Ritrovamento

All’epoca in cui i fatti si svolgono avevo poco più che trent’anni e vivevo a Populonia dove a tutt’oggi lavoro come archeologa. E’ il caso che mi presenti. Mi chiamo Alice Tasselli, sono un archeologa specializzata in Etruscologia e sono responsabile del sito archeologico di Populonia e Baratti da circa 8 anni. Il sito apre alle visite in Aprile e chiude a fine settembre. La mia seconda passione, oltre l’archeologia, è Parigi dove grazie a dei veri e propri colpi di genialità riesco a vivere ogni anno dall’Ottobre a fine Marzo assieme ai mie i due gatti, Leonardo e Lucrezia. Come sono riuscita a far incastrare il sogno di Parigi nella mia vita ve lo racconterò più avanti, poichè come in ogni storia che si rispetti è bene partire dal principio. Ed il principio è una sera di fine estate durante un giro di ricognizione, prima della chiusura dei siti quando alla necropoli di Baratti ritrovai vicino all’ingresso di una tomba etrusca una borsa di pelle marrone. Era una di quelle borse fatte a mano dagli artigiani, molto bella, ma anche molto consumata. Non c’era nessuno attorno, la presi e l’aprii. Nessun borsello, solo un libro piuttosto grande e pesante con una bella copertina in cartone blu; ad un primo sguardo si presentava come un libro ben fatto. Sembrava uno di quei libri di studio da Biblioteca. Sì, poteva essere il volume di un enciclopedia, pensai dapprima, distrattamente, mentre una volta riposto mi avviai verso l’ufficio. Avrei fatto come sempre la segnalazione al custode riempendo accuratamente il modello “oggetti smarriti”. Ma oramai era tardi, si erano fatte le 19, giusto il tempo di firmare l’uscita e passare rincasando dalla spiaggia per un tuffo rinfrescante. Una ritualità consolidata, un bel bagno in mare all’imbrunire. Senza rendermene conto finisco per uscire dall’ufficio ancora con la borsa ritrovata a tracolla.  L’imbrunire è il momento migliore per fare il bagno, è quando il mare si fa del colore del mercurio e quella distesa tra l’azzurro ed il blu sembra lasciare spazio ad un  liquido denso, caldo ed avvolgente. Liquida e densa appare la visione di quel tramonto. Quando arrivo a casa mi accorgo di avere con me la borsa appena ritrovata. Io sono una studiosa e so già che non resisterò, l’odore della carta stampata è attraente tanto quanto un bell’uomo con gli addominali scolpiti, vabbè un pò di meno. Comunque, dopo la doccia mi verso un bicchiere di vino rosso, apro un vasetto di olive, mi siedo alla scrivania di fronte alla finestra che da sul giardino pronta ad iniziare la lettura di questo nuovo libro. Sorseggio il vino, pensando che questo movimento l’avevo fatto un milione di volte. Ogni volta che compravo un libro, ogni volta che preparavo un esame, ogni volta che scrivevo una relazione per il lavoro. Per non parlare poi del mio quaderno d’archeologa, dove annoto ogni dettaglio, ogni frammento ritrovato, le posizione degli oggetti, in quale strato della terra l’ho ritrovato, lo stato di conservazione, la vicinanza o meno ad atri oggetti e così via. L’archeologia è una questione innanzitutto di sensibilità che maturi con il tempo. Quando ritrovi un oggetto sotto terra lo impari a sapere d’acchito se è prezioso, lo vedi da come la terra ci si è posata sopra. Si fa lieve la terra quando si tratta di restituire il tempo alla memoria degli esseri umani. Anche per i libri è un pò la stessa cosa, come li prendi in mano e li soppesi capisci subito se ne vale la pena. Sono convinta che le lettere stampate come le parole abbiano un peso specifico diverso a secondo che siano piene o vuote di significato. Somigliano alle conversazioni, alcune non ti lasciano via di scampo, inducendoti verso i più reconditi canali della riflessione altre invece ti lasciano perplessa e solo la scatola dei biscotti ti può convincere che alla fine forse un senso in quel colloquio c’è stato. Prendo il libro con entrambe le mani, l’autore si chiama Alessia Intilisano, il titolo, Gli insegnamenti della Tradizione del Drago Trasparente. Una figura in copertina misteriosa ma molto affascinante di cui subito annoto sul quaderno tre caratteristiche: tre figure geometriche dai contorni bianchi che si ripetono, un triangolo isoscele al centro della figura che fa da base ad una piramide dal cui centro si diramano tre vie delineate da 33 figure racchiuse in piccoli cerchi della stessa dimensione. Proseguo, trovo una dedica dell’autrice: passare insieme la vita… questa è la promessa che un giorno ci siamo fatte… Ancora un’indicazione in terza pagina: ed è così, seguendo la Meraviglia che potete accedere alle griglie incantate. Alzo il naso dal libro poso la penna osservo la splendida cornice del Golfo di Baratti dalla mia casetta piccola ed accogliente in fondo al paese. Mi sento fortunata tutte le volte che il mio sguardo si posa su questa infinita bellezza. Ritorno alla scrivania e procedo nella lettura. Ecco apparire un piccolo scritto in cui si parla della Toscana, della mia Terra, delle sue verdi colline, e di quell’atmosfera che solo chi l’ha amata e l’ha capita può riuscire a trasmettere. Lo leggo almeno due volte, e lascio che la delicatezza di quelle parole si faccia strada nella mia coscienza. Mi piace questa sensazione che permea il mio corpo quando tra le mura domestiche di questa piccola casa, osservando forse il panorama più bello al mondo, come assorta da uno stato di estasi, leggo, trascrivo frasi, le faccio mie, osservo come le lettere e le parole si sciolgono e diventano linee e poi tratti, e girovagano oltre il confine del mio corpo, facendosi spazio nella casa,  finendo  poi per divenire non più parole, o lettere, ma note musicali. Il tempo si trasforma in spazio e non esiste che tra le mie narici mentre inalo il profumo del mare e posso godere di qualcosa che sa di eterno, d’immutato. Proseguo nella lettura del Libro. Una specie di poesia in prosa, dal titolo Antica Leggeda, di cui m’incuriosì nuovamente la semplicità del linguaggio, trasudava pazienza e forza, oltre che una logica precisa, una specie di sistema operativo a cui mi pareva che l’autore desse il nome di Drago Trasparente. Ma non c’è che dire, la mia curiosità crebbe notevolmente quando lessi la Parola Lemuria: << Il signore delle terre basse così fece, nel lontano anno prima della civiltà della potente Lemuria ed io andai a combattere sotto le bandiere del Drago Trasparente. Al di là di come gli scienziati in seguito avevano ringambato sulla teoria dell’esistenza di Lemuria in epoca pre Atlantidea, ma loro sono spesso lenti e pieni di contraddizioni, per quanto mi riguardava Lemuria non solo era esistita ma, quanto meno in me per il valore profondo che essa aveva assunto nella mia vita, ancora esisteva allo stesso modo di come esistono i ricordi. Un giorno, infatti, mentre ero a Pisa in Corso Italia, un po’ annoiata dallo scarso da fare in quelle settimane senza esami, m’infilai alla Feltrinelli e m’imbattei in un libro che raccoglieva gli interventi di Rudolf Steiner. Comprarlo e leggerlo fu una specie di aziona unica. Della sua opera mi rimasero come cartina tornasole, per gli anni avvenire spesso bui e difficili, alcuni concetti tra cui l’esistenza  degli Spiriti della Personalità, dell’Anima e del senso che essa assume all’interno di un corpo ermafrodite, la divisione tra maschile e femminile, sancita poi come evoluzione del corpo fisico nella successiva Atlantide. Ma soprattutto ciò che ricordo bene, da quella lettura per certi versi così distante dai rigori delle ricerche scientifiche che l’Università d’archeologia mi proponeva, è che li in quell’istante decisi che in qualche modo dovevo approfondire questa mio altro interesse, che era meno dogmatico ma di cui nutrivo una profonda passione che trovava nella fanciullezza le sue radice. Un interesse che infatti era li latente fin da bambina, ma che si scontrava con tutto ciò che mi circondava: familiari, amici, scuole, consuetudini. Devo dire che non capivo perchè ma mi sentivo sempre fuori posto, fuori contesto, non nutrivo alcun senso di appartenenza neanche ai miei familiari, seppur nutrissi per loro un amore smisurato. L’unica sensazione di appartenenza riuscivo a provarla per la campagna Volterrana dove vivevano i miei nonni paterni, e dove fortunatamente i miei mi mandavano per intere estati a soggiornare. Non sarà stato neanche facile per loro avere a che fare con una figlia che non riusciva a dare espressione alla sua sensibilità. La scelta di studi scientifici fu una specie di rinascita. Ma questo disagio covò in me per tanti anni, fino a che mi parve che questo libro di Steiner lo riuscisse a distillare, goccia dopo goccia, rendndolo sopportabile e per certi versi anche divertente. Fui dunque affascinata, da lì in avanti, da tutta una letteratura esoterica che finiva per dividere il mondo e quindi l’essere umano in due parti sovente identificate come maschile e femminile. Iniziai conseguentemente a prendere in considerazione che il mio corpo fosse diviso in due parti uguali che chiamai destra e sinistra ma che, nel profondo, sentivo essere in conflitto tra di loro. Scoprii che il mio volere era forte ma ancorato alle passioni come unica forma di espressione, forse anche un po’ sclerotica, ma soprattutto che questo conflitto a cui non avrei potuto esimermi doveva essere approfondito con tutti i mezzi: nulla avrei dovuto lasciare d’intentato. Eppure quella sera, con quel libro in mano, trascorsi circa 20 anni da allora, con alle spalle tante esperienze sia di ricerca professionale che negli ambiti della consapevolezza, ancora non avevo una reale soluzione a questo conflitto, e vivevo, seppur dignitosamente una vita ancora separata.

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