Nelle puntate precedenti.

Alice Tasselli, una giovane archeologa ritrova una borsa durante un giro di perlustrazione ad un sito archeologico all’interno della quale rinviene una Enciclopedia. Curiosa e studiosa da sempre, si cementa subito nella lettura del libro appena ritrovato. Gli effetti sono subito molto chiari: ricordi assopiti che riemergono alla luce, il mistero della ricerca presentata in questa Enciclopedia, innovativa e pregnante in tutti i suoi aspetti. La volontà e l’intento di Alice risvegliati. Molti dubbi ma una grande fascino per tutto ciò che sta leggendo e scoprendo. Decisa a capire meglio di cosa si trattasse contatta l’Autrice dell’Enciclopedia

*******

Non fu difficile trovare il suo numero di telefono, d’altronde oramai con internet si può ben dire che non esistano segreti.

Così la chiamai. Dall’altro capo del telefono una voce con spiccato accento milanese; mi presentai e gli spiegai che avevo ritrovato questo libro e gli chiesi anche se sapeva di chi fosse. Lei fece un leggero risolino, come a dire: certo che lo so. Ma a me disse: <<No, non ho idea di chi possa essere>>. In quel momento ci fu un gran silenzio. Si fece avanti lei, dunque, chiedendomi se avessi qualcosa da chiederle.

Le dissi allora che non era facile rapportarsi alla lettura di quel manuale, sia per il linguaggio tecnico ed innovativo al contempo, sia per le sensazioni che mi provocava.

Spesi un po’ di tempo a raccontarle dei ricordi del passato che alcune frasi lette mi avevano evocato, cose a cui, se non fosse stato per quella lettura non avrei neanche saputo di custodirle  tra i miei ricordi. Essa mi spiegò che secondo la sua esperienza l’essere umano è fatto di strati di ricordi, solo che abbiamo così tanti nascondigli dove si rintanano che ci dimentichiamo perfino dove siano. Ed aggiunse che magari era proprio quello il bello della vita: dimenticare per ricordare.

Mi disse, con tono sicuro, che spesso siamo spinti a compiere le medesime scelte proprio a causa di questa dimenticanza, così da ritrovare i nostri ricordi. Dimenticanza e ricordi mi disse <<sono come due possibilità che si autoalimentano e che sono inseparabili. Non si può sempre ricordare e non si può sempre dimenticare. Il segreto è imparare che esistono tutti e due gli aspetti>>.

Ebbi così conferma che questo è un approccio innovativo alla ricerca interiore, mi pareva rassomigliasse ad imparare una lingua nuova, fin tanto che non hai assimilato la parola gelato, tutte le volte che te ne verrà voglia e non la ricorderai non lo potrai mangiare, se non arrangiandoti col mimo, oppure sperando nella magnificenza di qualcuno o qualcosa che come per miracolo te lo porti.

Le parole che ascoltavo di la dalla cornetta del telefono erano innegabilmente chiare, come limpida ed indiscutibile è l’affermazione secondo la quale il sole è giallo. E, come il libro d’altronde, anche le parole che udivo non tracciavano vere e proprie risposte ma indizi che parevano spingerti a ricercare ancora più a fondo. Un po’ come con gli scavi, il ritrovamento di un oggetto ti fa scavare un livello più giù.

Ci confrontammo sulla lettura e le dissi del disagio che avevo provato nel non capire alcune cose.

Ci accordammo che avrei potuto inviarle le domande via mail e lei mi avrebbe risposto. E così feci. Le inviai i quesiti che mi ero annotata, e cioè:

Era allora questo il senso di questo personaggio misterioso che prendeva il nome di Avversario? Creare uno spazio di mezzo tra l’essere e l’apparire? E se si perché? Per quale motivo? Non era forse già abbastanza difficile per l’essere umano vivere? C’era davvero bisogno di un antagonista di questa calibratura?

Inviai la mail e rimasi in attesa di una risposta, che non tardò ad arrivare:

Cara Alice, ecco la risposta alle tue domande.

Più che un antagonista lo chiamerei “il prestigiatore di tutti i prestigiatori”.  Ma non è facile parlarne così, a stomaco vuoto. Non sono argomenti di cui poter teorizzare, senza aver prima messo un pochino le mani nelle nostre contraddizioni. 

“La nostra merda” renderebbe meglio l’idea “ahahahaha” ma non so se hai abbastanza feeling con le parolacce, come me, che sono fermamente convinta siano degli eccellenti rafforzativi dei concetti. 

È vero che questo capitolo, o meglio questo personaggio misterioso come lo chiami tu, si trova all’ inizio del libro. Ma è generalmente l’ultima cosa che si affronta. Il mio maestro, ad esempio, iniziò a parlarmene solo dopo 10 anni che ci si frequentava assiduamente. 

Per questo ti dico che non è facile quindi iniziare da quì. Bisognerebbe chiudere il cerchio affrontando “il prestigiatore” .. Non aprirlo. 

Ti farò comunque un esempio.  Hai presente il liquido di contrasto che si usa per fare le tac?  Ecco il senso dell’Avversario è un pò quello. 

Il suo prestigio consiste nell’iniettarti una sostanza non esattamente benefica per il tuo organismo, diciamo pure velenosa. 

Perchè ti chiederai giustamente tu? 

Per far emergere altro. Per mettere in luce altro. Senza questo liquido di contrasto questo “altro” rimarrebbe nascosto. Mi segui ? Naturalmente sto parlando per metafore.  Ci sono alcune cose di cui possiamo renderci conto, solo se sostiamo, solo se sperimentiamo, solo se le osserviamo dal suo punto opposto. Sul Pianeta Terra vige la regola della dualità, quindi ogni cosa quì vive a braccetto con il suo lato opposto.  Tutto ciò che si impara o si deve imparare, passa necessariamente da uno e dall’ altro polo. È un continuo ping-pong. Dall’ inizio alla fine della vita.  Giungere all’ equilibrio tra questi due aspetti, possiamo dire sia lo scopo finale di ogni essere umano sulla Terra.  Quello che utilizza l’Avversario è un metodo ad urto.  Ma il grande lavoro non lo fa lui in realtà.  Lui segna il fischio d’inizio di una partita che poi giocheranno altri 3 personaggi. 

Il suo fischio d’inizio corrisponde all’ iniettarti nel corpo il liquido di contrasto. Poi in realtà lui, fatto questo, sparisce, per poi ricomparire alla fine ….che è anche l’inizio mi segui ?  In questo modo apre e chiude il cerchio di un gioco i cui protagonisti, oltre a te naturalmente, sono tre alleati, che si chiamano Angelo del cielo, Angelo della terra e spirito. 

Si è proprio un gioco di squadra. 

L’angelo della terra è colui che ti parla di quella sostanza che viene messa in risalto dal liquido di contrasto. Mettiamo il caso che tu sia una persona molto irosa e che la lezione che vuole impartirti l’ Angelo della terra sia quella di farti coltivare e conoscere la grande determinazione e la grande forza che c’è in te.  Lui ti darà tutte quelle chiavi utili affinchè, dentro l’esperienza dell’ ira e della rabbia tu possa trovare l’essenza della tua forza.  Mi segui? Lui ti dice: dentro la rabbia c’è la formula segreta.  Quindi L’angelo della terra utilizza un insegnamento contrario. Opposto. 

Per farti conoscere il lato destro di una cosa (forza-determinazione) ti fa spostare. Ti fa sostare nel lato sinistro, ti fa osservare una cosa dal suo lato opposto (ira-rabbia). 

Nell’attimo della trasformazione, della scoperta, diciamo il momento clù, in cui dalla teoria si passa alla pratica, a parlarti è invece l’angelo del cielo.

 Lui ti suggerisce che per creare il ponte tra la rabbia e la forza, dovrai usare il tuo talento. Dovrai effettuare un’azione pragmatica. L’angelo del cielo non ti lascia teorizzare ma ti incita ad agire. 

 Il talento è qualcosa di molto intimo. Mettiamo il caso che tu abbia il talento della scrittrice. Ecco che attraverso lo scrivere costruirai quel ponte che metterà insieme la rabbia e la forza. 

In questo punto di contatto, su questo ponte, siede lo spirito, l’equilibrista. 

Ecco che l’avversario a questo punto torna, ti fa l’occhiolino e chiude il cerchio. 

Il lavoro è stato ben svolto da te in collaborazione dei tuoi 4 aiutanti. 

E il gioco può ricominciare.

Lessi e rilessi più e più volte questo scritto, bellissimo come un quadro, ma venirne a capo, per me, non pareva possibile.

Chi mi conosce bene direbbe che iniziai a storcere la bocca, stringendo le labbra come a dire: ancora non ci siamo. Ma chi mi conosce un po’ di più di bene sa, che così, di solito, inizia il processo attraverso il quale mi metto a ricercare soluzioni proprio per venirne a capo.  

Passai la giornata in questa sorta di dubbio, mentre raccontavo a qualche svogliata scolaresca la tecnica secondo la quale era stata costruita quella tomba piuttosto che quell’altra.

Ma dentro di me sentivo come un macinare costante di parole che sembravano illuminarsi come le lucciole nei campi ad agosto.

Non saprei dire infatti, quel giorno, chi fosse più annoiata della lezione sugli Etruschi: io che la impartivo o i ragazzetti che l’ascoltavano. Perfino le insegnanti accompagnatrici non mi parevano poi così interessate. Sembrava che tutto tramasse, le rocce dei sentieri, il rumore delle onde del mare, gli alti imponenti maestosi pini della pineta di Baratti, gli studenti, e perfino il caldo che quel giorno era afoso come nelle giornate d’agosto, pur essendo in settembre, affinché io non staccassi neanche per un momento l’attenzione dall’energia di quel Libro.

Arrivò finalmente la notte, non nutrivo di certo speranza che trascorresse tranquilla, ma con mia enorme sorpresa feci un sogno, un sogno di quelli eccezionali, di quelli che mentre sogni sai che stai sognando mentre il tuo corpo è li, bello riposo, a godersela nel letto.

Nel sogno c’era un personaggio dal nome Lilnabeth che mi disse di essere la padrona di quel luogo e mi fece accomodare in uno spazio rotondo dalle immense vastità. Potevo sentire che esso era delimitato pur contenendo le infinite possibilità dell’umanità tutta. Entrai così in una stanza dal colore verde smeraldo, e dalle sfumature blu, come il colore del mare all’orizzonte.

Lei mi disse che avrei avuto una grande opportunità, che avrei incontrato molte persone ed un uomo che era per metà uomo e per metà altro, ma che prima di tutto avrei dovuto imparare a raccontare di me, a tirar fuori i miei prati fioriti di violette del pensiero.

<<È dalla tua vita, dal racconto di essa che devi partire. Perché ogni via inizia dall’inizio e perché tu così facendo diventerai  vera e credibile anche per noi che dimoriamo qua>>.

Poi mi condusse, dopo avermi fatta dissetare con un buonissimo e dolcissimo succo di melograno per una collina, e da li mi fece vedere una grande casa in pietra. Mi venne incontro una ragazza piccola di statura con i capelli scuri accompagnata da tante altre persone.

Odoravo tutto come fanno i gatti prima di uscire di casa. Odoravo tutto. E così facendo sapevo prima quel che dopo avrei incontrato. E così quel mio annusare mi condusse ad un grande masso al limitare di una collina che dava su di un bosco rigoglioso dove potei scorgere un signore che osservava il bosco di fronte a sé. Seppi subito che esso era l’uomo per metà essere umano e metà altro.  

Di nuovo la voce di Lilnabeth che mi sussurrò: “ dall’Inizio Alice, le storie si raccontano iniziando dal principio.”.

Mi svegliai con una meravigliosa sensazione annidata nei pori della pelle.

Risposi ancora tornita dell’energia della notte alla mail di Alessia, sapendo che avrei trovato accoglimento e disponibilità in lei rispetto a quel che mi stavo accingendo a scriverle. Iniziai la mail col ringraziarla per poi raccontarle subito il sogno della notte precedente, argomentando in questo modo: “Credo che quello che può fare la differenza, adesso, non sia lo studio come l’ho interpretato sin d’ora, e cioè come  nel modo in cui mi sono posta di fronte alla tua enciclopedia, ma l’importante mi pare essere  ciò che percepisco, come stanotte nel sogno, e  cioè quella scintilla che è racchiusa in ogni azione della mia vita.

Ti racconterò dunque di me, partendo dal principio, sperando che questo incontri il tuo benestare e desti il tuo interesse. Poi il resto, il sapere intriso di conoscenza arriverà, son certa, per vie più naturali, come nel sogno tra le verdi colline è arrivata quella grande casa in pietra e quell’uomo seduto su quel grande masso. Immagino siano state le forti profondità delle tue parole ad avermi condotta in questo mondo onirico così portentoso.

Ecco, adesso che lo scrivo mi è chiaro, partire dall’Enciclopedia con lo studio dell’Avversario che poi, come mi hai descritto è la fine del percorso, mi ha spinta con una voracità incredibile all’inizio della mia vita. Qualche certezza l’ho però maturata, e mi fa ben sperare che ci si possa a breve anche incontrare, magari proprio in questa mia adorata Toscana.

Al tempo ancora non sapevo che Ella desiderasse da molti anni venire a vivere in Toscana né che la via spirituale a cui partecipava e da cui era nata l’Enciclopedia traesse le sue radici proprio in questa Regione.

Il Principio di Tutto. La Famiglia

Cara Alessia, mi chiamo Alice ed ho 34 anni, sono un’archeologa e da alcuni anni lavoro in pianta stabile al sito archeologico di Baratti e Populonia.

Ho la fortuna di fare un lavoro che mi piace, e di abitare in un bel posto. Lo conosci per caso Alessia? Sei mai stata nella mia adorata Toscana?

Sono nata a Genova da Babbo Toscano, cresciuto a Gello, una sorta di frazione nelle campagne del Volterrano, e da mamma originaria dell’Isola del Giglio. Si sono conosciuti li una volta che mio padre vi andò in vacanza con gli amici. Mia mamma era la figlia della proprietaria di un bell’albergo che si trova ancora oggi a Giglio Porto, e si occupava quando si conobbero dell’organizzazione di tutte le attività dell’albergo: dal personale alle prenotazioni. Al tempo in cui s’incontrarono era una ragazza di poco più di 20 anni decisa e forte. Capelli nero corvino, riccia, con due belle gambe lunghe e magre ed una caviglia così sottile che avrebbe potuto fare la ballerina di danza classica. Un seno rigoglioso. Fu facile per Ivano, così si chiama mio padre, notarla ed anche invaghirsene.

Anche mio padre non era male, anzi, aveva un bel fisico prestante. Gli anni dell’adolescenza trascorsi a fare i lavori di campagna, pesanti, lo avevano ben forgiato, sia nello scolpirgli i muscoli che nel carattere. Aveva infatti sviluppato un’attitudine preponderante verso la pazienza. Ha sempre saputo attendere senza lagnarsi la maturazione dei frutti. Credo che questo suo bacino di pazienza derivi proprio dall’aver passato tantissimi anni ad attendere che le semente dei campi nascessero per diventare  grano.

Più della terra, comunque, amava costruire oggetti con altri oggetti. Gli piaceva la meccanica e gli ingranaggi. Mia nonna mi raccontò un episodio che secondo lei già definiva il suo talento: poco più che bambino, avrà avuto circa 5 anni, lo portarono con sé nei campi per il trapianto delle cipolle. Allora devi sapere Alessia che le cipolle vengono messe 10 per ogni in mazzo. Orbene, all’indomani della piantagione, il bambino dopo colazione non lo trovavano più. Mia nonna mi raccontava che erano disperati, avevano guardato dappertutto, nel granaio, nella stalla, nel pollaio, nella carraia, in ogni angolo della casa. Poi a mio nonno venne l’idea, ma dopo tante ore, di andare a controllare nel campo dove il giorno prima avevano piantato le cipolle. Lo trovarono proprio li. Aveva spiantato tutte le cipolle rifacendo i mazzetti da 10 cipolle. Lo trovarono li, a chiudere l’ultimo mazzetto, soddisfatto del lavoro. Non ebbero il coraggio di brontolarlo, perché nonna mi disse che intravidero subito la felicità di questo bambino. E loro furono stupiti nel vedere che aveva messo ogni cipolla nel suo mazzetto.

Poi ci fu l’era della costruzione dei giocattoli, poi quella del montaggio e smontaggio di ogni attrezzo della casa. Fu così che i suoi genitori lo mandarono a studiare a Pisa alla facoltà di ingegneria meccanica. A Genova sono nata perché li, dopo essersi sposati, mio padre trovò lavoro.

Per tanto tempo, d’adolescente soprattutto, ho pensato e forse sperato che sarebbe stato meglio nascere da qualunque altra parte del mondo.

Non  ho mai sentito una grande appartenenza nei confronti di Genova mentre in Toscana era diverso e tutte le volte che venivo qui, nella mia terra d’origine, così amavo chiamarla, dai miei nonni, mi sentivo finalmente a casa.

Ricordo di traversate per le vacanze di Natale da Porto Santo Stefano a all’Isola del Giglio da farsi storcere le budella.

Fintanto infatti che i miei nonni materni rimasero in vita trascorrevamo da loro le vacanze di Natale.

Che poi pareva anche un controsenso: Natale su un Isola. Ne ricordo uno in particolare che a causa del mare troppo mosso non riuscirono ad arrivare per tempo i rifornimenti alimentari ed il pranzo di natale finì con degli ottimi spaghetti aglio, olio e peperoncino, tra le risa di tutti.

Mia mamma, Cosetta, figlia unica, preferì seguire mio padre così i miei nonni vendettero l’albergo. Avevano una casa molto bella e grande proprio sopra l’edicola di fronte all’attracco dei traghetti.

Non ho mai capito perché i miei prediligessero l’inverno come periodo da trascorrere sull’Isola, ma tutto sommato se ti vuoi gustare i migliori colori che il mare ti offre, con blu molto intensi e abbaglianti arcobaleni all’orizzonte, o fortissime scosse dovute a temporali ed al portentoso vociare del mare, allora è la stagione giusta.

Era sicuramente la stagione preferita da mia mamma. Il suo carattere così deciso e forte, poco incline a gesti affettuosi, ma capace di dar sostegno anche alle montagne, mai ce ne fosse stato bisogno, sospetto che tragga la sua origine dai lunghi inverni trascorsi, fino all’incontro con mio padre, sull’Isola.

L’inverno su un’isola è cosa assai provante, per i pensieri e per le emozioni.

Dai primi di ottobre in avanti, una volta che aveva portato a termine le attività di chiusura dell’albergo, non le rimaneva molto da fare. Il tempo era corto per le poche ore di luce e lunghissimo per la lentezza attraverso il quale era scandito.

Poi le innumerevoli intemperie, con le onde che sono arrivate, più d’una volta, fino al portone d’ingresso della casa.

Mi diceva sempre che quell’inverno che venne la tromba d’aria Urlò così forte il mare tanto era  arrabbiato che non trovò neanche un posto in cui potesse fuggire alla sua forza.

L’ha resa rugosa il mare, ha reso rugosi i suoi sentimenti, ma altrettanto il mare, come toglie, restituisce. Toglie con la risacca dell’onda quel che deve essere tolto, in base a come sei. Non è per niente democratico il mare e non fa di tutta l’erba un fascio. E restituisce quel che, in proporzione, con l’onda che ritorna, deve essere ridato.

Ci puoi anche camminare sulle creste delle onde mi diceva sempre mio nonno Marino, perché il mare è solido come le pietre. Ma sulla cresta dell’onda non ci puoi stare per sempre, perché il mare ha un unico destino, quello di andare verso la terra.   

A mia mamma il mare ha tolto la spontaneità dei sentimenti, ma ha dato notevoli capacità di vedere le situazioni da una prospettiva d’insieme, tanto che l’arte di organizzare è senza dubbio il suo punto più splendente.  I dettagli  poi sono la sua passione. Con quei suoi piccoli occhietti marroni tutto vede e sembra che sia in grado di anticipare le mosse di chiunque.

È molto brava a ricamare, anzi lo era, adesso la vista la tradisce. Il cambio filo mi ha sempre detto che è il momento più delicato dell’opera. Mi ha sempre detto che è in quel momento che il tessuto diventa perfetto; se non unisci bene i fili infatti il disegno potrebbe risentirne, e non è affatto vero che l’importante è che sia il dritto ad essere perfetto, anche il rovescio deve essere ben fatto. Se c’è caso nel rovescio anche il dritto ne risentirà.

Io non ho mai avuto una grande passione per queste arti, tanto è che ogni volta che ho provato a prendere in mano l’ago, il filo subito si attorcigliava su se stesso, e men che meno si può dire che abbia una certa praticità o manualità per la meccanica. Ma si sa non è detto che siano i talenti le cose da ereditare dai genitori, anzi certe volte può anche darsi che con i pregi, le virtù ed i difetti dei nostri parenti noi non ci si incastri un granchè, ma siano altre le ragioni che ci facciano diventare figli di qualcuno.

Lei a Genova credo che ci stesse come me. Non bene. Ed adesso che anche loro sono tornati ad abitare in Toscana sono senza dubbio più felici.

Non le corrispondeva la città, i suoi vizi e neanche le sue virtù, ma questo non la rendeva meno attenta ed accurata. Anzi le piaceva così tanto stare con mio padre che questo in qualche modo compensava tutto. Tanto è che, per esempio, non ha mai rimpianto di aver lasciato l’isola ed il suo lavoro.

Per quanto mi riguardava, invece,  che fosse l’Isola del Giglio, che fosse Gello nelle campagne del Volterrano dove abitavano i miei nonni paterni,   comunque a me andava bene, l’importante era che non fosse Genova. Mi rendeva ostile e chiusa quella città. So che non è colpa del luogo, ma che semplicemente esso non faceva altro che tirarmi fuori questi aspetti, già latenti in me, ma queste cose le capisci ( se hai la fortuna di capirle) sempre dopo, prima ci devi passare nel mezzo.

Con questi presupposti non deve essere stato facile per i miei genitori avere a che fare con me.

Tra di loro usavano spesso descrivermi con la parola “inversa”, è una ragazzina inversa e delicata, dicevano. Un giorno un amica di mamma gli chiese cosa volesse dire inversa e lei le spiegò che è  come quando imbocchi un senso unico al contrario, non è che non c’è via d’uscita, o non arrivi dove vuoi arrivare ma semplicemente lo fai invertendo il tragitto.

Ho trascorso i primi venti anni della mia vita senza rendermi conto della fatica che facevano i miei genitori a relazionarsi con me. Poi verso i vent’anni mentre ero all’Università incontrai un ragazzo di nome Roberto, grazie ad una mia amica ma anche parente, che m’iniziò ad un percorso di ascolto interiore che lui chiamava La Dea Rossa.

Ma arriviamo con calma ai vent’anni.

Immagina che io venivo da un passato in cui avevo trascorso buona parte della mia adolescenza senza comunicare, chiusa come un riccio, e non c’era neanche la possibilità, al tempo, di dare la colpa ai social, o alla tecnologia.

Da questa sorta di muto autismo uscivo solo in due occasioni: quando andavo all’isola del Giglio dove mi trasformavo e sbocciavo come un bel fiore profumato, e a Gello, il mio Paradiso preferito; nessun auto, nessun ponte, nessun palazzo sopra ad un altro, niente di tutto ciò. Ma ampi spazi ed ampia visuale, un luogo baciato dal sole con tantissimi alberi e sentieri che generavano una frescura piacevole come un bel gelato in un afoso pomeriggio di fine luglio.

Ma in questi luoghi al massimo riuscivo a vivere per circa 3 mesi all’anno, chiaramente lontano dai miei genitori e da Genova.

Il resto del tempo vivevo a Genova in via SS. Giacomo e Filippo ed ero muta come le pietre.

Intervenivo solo laddove gli argomenti potevano interessarmi.

Quindi quando la conversazione verteva sui massimi sistemi legati al giusto ed allo sbagliato. Politica compresa.

E loro, mamma e babbo, che cercavano di venirne a capo.

Quando si dice che fare i genitori è il mestiere più difficile del mondo.

Comprensibile.

Nel mio caso credo si siano meritati il Paradiso. E se mettere insieme i pezzi del perché ci fossero in me una sorta di Dr. Jackie e Mr Hyde  risultava già difficile per la sottoscritta, figuriamoci per loro. Ulisse deve aver fatto molta meno fatica a tornare a casa che i miei genitori a capirmi, o ad arrendersi al fatto che non c’era nulla da capire.

E come due turisti in una terra sconosciuta e spesso ostile andavano avanti a tentoni, cosicché non mancavano certo situazioni surreali, dove un perfetto meccanico ingegnere ed una perfetta madre casalinga si ritrovavano, loro malgrado, immersi con anche le scarpe, come per esempio quella volta che rincasando mi trovarono in una valle di lacrime.

Li immagino vagare per casa con dei punti interrogativi sopra la testa grandi pressappoco come il Duomo di Milano, a domandarsi “ma perché proprio a noi?”, mentre io non arretravo di un millimetro dal muro del pianto in cui mi ero arenata.

Chissà poi se tutti quegli ingranaggi, quello smontare o rimontare oggetti, tutte quella capacità di organizzare ogni angolo della casa, di cucinare squisitezze, di piegare i panni con il goniometro, in quei momenti di smarrimento gli venivano in soccorso, oppure così, come spesso accade, si affidavano più semplicemente alla sorte.

Per loro, con me , era come trovarsi in un territorio sconosciuto, e spesso al mutismo io, fiera, aggiungevo ostilità.

Ecco, era come se non avessero esattamente le coordinate per interfacciarsi con me. Io sapevo che sarebbe stato un mio compito quello di dargli le coordinate, ma ahimè,  neanche io le conoscevo.

Così durante queste situazioni improbabili di malesseri interiori o di piccole follie ( come quella volta che finii per dare fuoco alla cucina) che gli proponevo, come il muro del pianto, andava a finire che ci si affidava  tutti e tre a qualcosa di molto più grande di noi: il culo, anche detto la fortuna.

Fu così che quella volta in cui rincasando trovandomi appunto in un dirompente pianto apparentemente senza ragioni, si ricordarono che  un lontano parente gli parlò del signor Franco di Lamporecchio,  una sorta di guaritore, che faceva letteralmente i miracoli; alla tenera età di 14 anni circa mi ritrovai, dopo esserci alzati alle 2 del mattino, a Fucecchio, certi che il signor Franco mi avrebbe aiutata.

Non c’è da stranirsi di questo, pensando ad una laurea in ingegneria di mio Padre, o alla fermezza di mia Madre, perché a volte l’ignoto in cui ci troviamo ci porta a compiere passi che, seppur apparentemente astrusi e inaspettati, poi finiranno per rivelarsi i più giusti.

Insomma arriviamo in questa casa alla fine di Lamporecchio ed entriamo in una sorta di sala d’attesa, che poi sarebbe stato un salotto di una normale abitazione, dove avremmo lì atteso il nostro turno.

Uscirono da una porta una coppia di anziani  e quello che si sarebbe rivelato essere il sig. Franco.

Calvo, occhi piccoli ed allungati, mani enormi, orecchie a punta come quelle degli elfi del signore degli anelli.

Mi strinse la mano tirandomi con energia verso una stanzetta piccola di mezzo, tra la sala d’attesa ed il suo laboratorio.

Mi disse che è sempre bene avere un confine tra due stanze di usi differenti. E quando me lo disse mi sorrise. Io mi sentii molto a mio agio. A dire il vero mi sentivo come una delle felci del giardino della Nonna bagnata dalla rugiada. Felice.  Pazzesco, ero incredula di ciò che percepivo. Un agio proprio al petto ed alla pancia come un grande respiro.

C’era, infatti,  qualcosa di accogliente per me in tutto questo che stava accadendo. Erano accoglienti i suoi occhi, era accogliente anche la sua voce seppur dai toni severi.

Staccò un foglio da un block notes a quadretti.

Prese la penna e mi chiese:

“come ti chiami” Alice Tasselli – risposi io “ quando sei nata?” Il 23 maggio del 1973. “Brava”, mi disse, “ ricordati il numero 357 “

Poi prese una sorta di bacchetta di legno morbida e iniziò a sfregarmela sulla schiena e sulle braccia. Sempre più forte.

Diventai rossa solo perché guardavo i miei e provai imbarazzo per loro che a differenza mia non erano per niente a loro agio.

Quel signore anziano, in una situazione alquanto surreale, mi pareva la cosa che più mi somigliasse dopo l’Isola del Giglio e Gello. Ero serena. E non provai affatto vergogna per questa serenità.

Mentre mi dava lievi ma pungenti bacchettate sulla testa e sulle spalle  ebbi modo di registrare ogni dettaglio della stanza.

Un tavolino lungo almeno tre metri nel centro della stanza, con un bel lampadario con le gocce di cristallo sopra. Un’ampia finestra con gli scuri chiusi, ma aperta, faceva entrare una leggera brezza da dietro le mie spalle. Di fronte una credenza lunga quanto il tavolino dove vi erano poggiati centinaia di piccoli block notes di cui aveva conservato la struttura mentre i fogli erano stati tutti consumati e conservati in una specie di scatola utilizzata a mo’ di archivio con le lettere dell’alfabeto dalla A alla Z che sporgevano. Una scatola per ogni anno. La prima era del 1974. Un perfetto archivio. Notai che mancava la lettera O in questa scatola dove alla fine del rituale avrebbe riposto il mio foglietto, solo dopo essersi annotato qualcosa che non seppi mai cosa fosse.

<<Forse nessuno mai, il cui nome iniziasse con la lettera O era andato a trovarlo>>. Che strano pensai. Eppure ce ne sono di nomi. Io per esempio conosco ben 2 persone che si chiamano Osvaldo , ed una che si chiama Ombretta.

Alla fine di questa sua pratica mi chiese di ridirgli il numero che mi aveva raccomandato di ricordarmi

“357” dissi io.

“Bene Alice”, mi rispose Franco,  “d’ora in avanti quando avrai bisogno di me mi potrai chiamare al telefono ma dovrai ricordarti di dirmi questo numero così che io possa ricordarmi subito di te, qui vengono persone da tutte le parti ed io, sai,  non sono più tanto giovane”.

Insomma dopo avermi presa a bacchettate, stretto forte le orecchie, gettato del sale addosso, farfugliandomi qualcosa in una lingua a me sconosciuta, ero pronta, come nuova, per andare nel mondo.

Guarita.

Ed in un certo senso era vero. Ciò che risultò vero più che altro fu che i miei genitori, a loro insaputa, con quel gesto, aprirono un varco dentro di me. C’era altro, e questo altro non solo mi piaceva ma mi corrispondeva, s’incastrava nei miei desideri come i pezzi di un puzzle, solo che non sapevo a chi dirlo, con chi parlarne, e finì che anche questo pezzo si perse dentro ad un mare di dialogo tra me e me, o al limite tra me e la natura. Per anni continuai ad insistere per andare da Franco. Non c’era un motivo preciso. Quello che era palese era che quando entravo in quella stanza e lui iniziava le sue pratiche io percepivo come ero fatta. E stavo bene, semplicemente stavo bene. Anche la smania di capire tutto scemava come fumo nell’aria. Solo dopo iniziai a capire, quando appunto incontrai all’Università Roberto. Franco e Roberto furono  due tasselli fondamentali della mia vita.

Con Roberto sondai molti territori interiori a cui in generale davamo il nome di Dea Rossa e che avevo già intravisto ed anche conosciuto ma ai quali non avevo dato mai voce. Quello che fu importante è che finalmente avevo incontrato qualcuno con cui condividere tutte queste sensazioni, con cui poter parlare apertamente, senza vergogna di questo essere inversa. Di alcune cose che percepivo in determinati luoghi o con determinate persone, di tutto un mondo di sensibilità che viveva in me. Furono anni strepitosi quelli. Quelli che sempre ricorderò con un senso di nostalgia.  Pieni d’energia. Venivo a man mano allo scoperto, sbocciavo come un fiore ad ogni alba, emergevano lati di me che non avrei più dovuto ricacciare giù o nascondere chissà dove. Una meraviglia.

Adesso Cara Alessia, ti saluto proseguirò un’altro giorno a raccontarti dei primi passi che ho mosso nell’ambito della ricerca spirituale, anni che poi mi hanno condotta fino a qua, fino ad oggi..

WRITE A COMMENT