Inizialmente con Roberto intrapresi alcuni trattamenti energetici, poi mi propose di partecipare ad un seminario dal Titolo La Dea Rossa. Li incontrai altre persone che parlavano un po’ questa specie di lingua inversa che pareva caratterizzarmi e, in quei tempi, la Dea Rossa  divenne la parte migliore di me, quella espansiva, quella a cui, in fondo, piaceva un po’ tutto. Soprattutto piaceva fare nuove e continue esperienze. Il tempo in quella predisposizione energetica pareva essere accelerato. Come quando di notte vai al luna park e l’adrenalina si mischia alle luci colorate, tutt’attorno quel che resta della serata è una scia luminosa rotonda. Ecco il tempo pareva rotondo, come i miei fianchi che, ad ogni seminario, parevano arrotondarsi ancora un pò di più.

Ad oggi posso dire, senza dubbio, che non vi è stato un altro momento così espansivo nella mia vita. Qualunque sensazione avessi, fosse stata sete o fame, finivo per assecondarla. Dopo anni di silenzi non avrei mai smesso di parlare, dopo anni trascorsi a cercare scuse per non incontrare amici, pseudo tali, parenti o altri ancora, ma piuttosto passati a scrivere parole su quaderni, diari, ai margini dei libri di studio, improvvisamente iniziai a vestire abiti variopinti, a sorridere, ad attaccare bottone anche ai muri.

Un incontenibile voglia di vivere.

Si soleva incontrarsi a Montalto Pavese. In fondo alla via che portava a questa casa privata vi era uno di quei cosi con il gallo in mezzo, le direzioni e la freccia che segna la provenienza del vento. Mi ricordava la signora Poppins.

La casa, privata, si trovava in aperta campagna, di fronte un panorama tipico di quel luogo, colline e filari di uva. I colori erano sempre un po’ gli stessi, verdi scuri o marroni e grigi fino a dove lo sguardo può posarsi verso l’orizzonte. Non posso di certo dire che la casa, seppur avesse una bella aia ed anche un giardino sul retro molto carino, fosse bella.

Non era nemmeno brutta, era semmai misteriosa. Era un luogo in cui non si era mai da soli. Qualche medium avventuroso direbbe che era piena di fantasmi, o presenze. Io amo piuttosto dire che era piena di energie, particolari, che potevano essere fastidiose oppure no, molto però dipendeva da noi, dal nostro atteggiamento, dalla nostra capacità non tanto di ascoltare “loro” ma quanto, piuttosto, di ascoltare “noi stessi”. Tuttavia era facile al mattino ritrovarsi in cucina davanti ad una tazza abbondante di caffè, con alle spalle una nottata quasi trascorsa interamente insonne.

Si respirava un’aria di silenzio, come in quelle case dove non si abita ogni giorno. Non c’erano pensieri abbandonati qua e là, quasi per caso, a riempire l’aria oltre il silenzio. Si rimaneva spesso in uno stato di sospensione, come i panni stesi ai fili ad asciugare.

Si stava bene per certi aspetti, poiché l’energia di quella casa aiutava molto ad accedere alla interiorità, ed i lavori energetici che ci proponeva Roberto ben si sposavano con la misticità del luogo.

Per altri aspetti l’inquietudine era pressante: alla notte, e soprattutto alla sera. I tramonti erano affascinanti ma non si può di certo dire che trasmettessero quiete. Ecco, questo è certo: non era un luogo di quiete, non somigliava per niente ad un monastero dove attendere pazientemente lo srotolarsi del tempo.

Ad una specie di piano seminterrato vi era questa sala dove si effettuavano i lavori di meditazione ed energetici. Seppur sono passati più di dieci anni ancora ho nelle narici l’odore acre che emanava.

La prima volta non la scorderò mai.

Non c’erano regole precise ma era una sola da seguire: attenersi alle istruzioni che erano diverse di volta in volta e mutavano al mutare dell’argomento.

Tutti parlavamo di noi stessi con una reciproca intimità degna di nota. Eppur non ci si conosceva affatto, non sapevamo nulla delle nostre vite quotidiane, non si andava al cinema assieme, ne si condivideva un caffè al bar. C’era da dire che si poteva essere dei malviventi o dei santi per quanto si potesse sapere effettivamente chi si fosse, come si vivesse, e cosa si facesse nella vita di tutti i giorni. Ma non creava imbarazzo questa cosa, anzi, legittimava ancora di più il fatto di essere li insieme, proprio perché, tutto quello che comunemente era considerato normale come rispecchiare i consueti e consolidati canoni di millenni di esistenze, lì, in quel contesto non avevano alcuna rilevanza.

C’era solo uno stato da raggiungere, e questo stato era chiamato La Dea Rossa.

La prima sera Roberto mi chiese di fronte a circa 12 sconosciuti come mai ero li.

Non so bene da dove uscirono quelle parole, ma da qualche parte c’erano ed avevano voglia di trasformarsi in suono:

“ Quel che mi porta qui è un tremendo senso di vuoto che sento proprio qui. – e poggiando la mano tra lo stomaco ed il cuore indicai il punto nel fisico- Combatto senza tregua questa specie di sensazione di vuoto da sempre, che mi possa ricordare io, da quando sono nata. Non sono mai giunta a niente. Forse è il caso di cominciare ad ascoltare quel che questo vuoto ha da dirmi. Forse sono qui per imparare a fare questo “.

Ero a mio agio. In quella astrusa situazione ero a mio agio come nella stanza delle guarigioni del sig. Franco. Sentivo i muscoli distendersi, i nervi rilassarsi, il petto aprirsi. Li come da Franco, come a Gello. In questi contesti stavo bene, bene con me stessa.

Erano piene le parole che avevo appena pronunciate di fronte a tutti, guardando Roby dritto negli occhi, non erano suoni emozionati, ma erano pregni, come le pance delle donne incinte.

E mentre mi ascoltavo parlare ebbi la sensazioni di averlo <<finalmente detto>>. Feci un sorrisone alla fine, e Roberto sorrise con me.

Lo sai quando instauri un legame con qualcuno che sopravvive a tutto. È qualcosa che conosci bene. È una cassa di risonanza che si forma tra te e questa persona.

Roberto sono circa dieci anni che non lo vedo eppure mi pare tutto sommato ancora molto vicino.

Questa notte Alessia è tornata in sogno Lilnabeth, come la prima notte che pazientemente aspettavo di conoscere il modo per parlarti di me.

Credo sia merito suo se adesso con dovizia posso raccontarti alcuni episodi della mia vita e posso con serenità raccontarti di Roberto.

Lilnabeth riesce a trasportarmi come le acque portano con sé le barche. Ed il mare è sempre molto tranquillo con lei alla guida. Questa notte mi ha ricondotta a Montalto, ho sentito i miei piedi camminare sulla moquette verde, la mia schiena distendersi sul materasso matrimoniale poggiato a terra nella mansarda dove ho sempre dormito, ho riabbracciato i miei compagni di quel tempo.

Ho rivisto i tanti rituali fatti, i balli, le danze, ho ripercorso in sogno le sensazioni, e l’infinito spazio oltre i limiti della mente in cui la Dea mi conduceva. Poi sulla panchina di fronte la casa c’era ad attendermi Roberto. In sogno è stato facile scovare una specie di senso di colpa che nutrivo nei suoi confronti e che forse era li da un tempo indefinito. Lilnabeth si è accostata a me e mi ha detto: non rammentare quel che è stato, ma godi di questo tempo. Con un balzo mi sono trovata su quella panchina. Io avevo assunto le sembianze di un gatto, lui quelle di un lupo. In quel modo era tutto più facile. Abbiamo sostato li tutta la notte. Sotto le stelle ci siamo compresi, come si addice a chi si vuol bene, poi ognuno di noi è andato per la propria strada.

Per circa tre anni, un week and al mese andavo a Montalto ed ogni volta c’era qualcosa, un argomento, una storia su cui soffermarsi a ricercare, sempre con lo stesso approccio, che Roberto chiamava la Dea Rossa.

La Dea Rossa è un mondo, una conoscenza, una sapienza antica. Essa è portatrice di energia sessuale, sensuale ed erotica. Si muove sotto la pelle  e la sua energia è accogliente. Predilige danze entusiastiche e roteanti movenze. Induce il corpo ad una profonda accettazione di come è fatto, il giudizio non è contemplato nella sua espressività e la tolleranza è la sua forza.

Non è solo suadente come una musica, è soprattutto piena di forza e vigore. Ho spesso avuto la sensazione in quegli anni che fosse grazie a questa energia che l’essere umano potesse essere vivo ed interessato alle sue sorti o ad avere idee. Promanare oltre il corpo la sua essenza, insomma vivere.

La Dea Rossa per me era come quando getti qualcosa oltre l’ostacolo, era andare e stare al di la dell’ostacolo. E la forza,per saltare, la traevo dall’energia sessuale.

No non pensare male, Alessia, non si andava a fare orge o strani accoppiamenti. Tutt’altro.

Scoprii in quei tempi una sacralità incredibile della sessualità oltre ad una sana libertà. No, non fraintedere ancora, non libertà di fare sesso con chi mi pareva e quando mi pareva, per quel genere di messaggio c’era già stato nella storia Woodstock a cambiare le sorti degli uomini e delle donne. Mi riferisco ad un’ altra forma di libertà: quella dal giudizio continuo e costante che per me prendeva il nome di confronto con gli altri, per correre sempre verso la meta più ambita, essere la prima della classe.

Eppure in quegli anni non m’importava più di questa cosa, si certo pretendevo molto da me stessa, ed ancora è così, ma sviluppai una certa indulgenza nei miei confronti, una specie di soglia di tolleranza della pochezza umana, compresa la mia, che aveva costantemente bisogno, bisogno di cura. Questo della cura era un altro aspetto della Dea Rossa. Cura e guarigione. La cura di se stessi come un profondo rispetto della propria intimità e la guarigione come una possibilità di scegliere la via della tolleranza così da andare al di là della soglia delimitata dall’ostacolo. L’ostacolo poteva essere qualunque cosa, una paura, una episodio della nostra vita, un pensiero, un limite reale  come anche una menomazione fisica. Non importava. Niente appariva, attraverso il cavalcare l’energia sessuale, realmente un ostacolo. Neanche le sembianze fisiche.

In molti degli esercizi che ci proponeva richiamavamo per esempio l’essenza di forme animalesche, e posso ben giurarti che ho visto con i miei occhi qualcuno riuscire a cambiare forma e diventare un animale. Di un uomo che mutò la forma in lupo rimasi molto colpita. Così di una donna che divenne lince. Il suo viso assunse la forma allungata ai lati delle guance tipica della lince. L’uomo tese i muscoli in perfetta armonia come fanno i Lupi pronti a fare il balzo per cacciare la preda. Scene queste che modificarono per sempre il mio stato dell’essere, la soglia del mio giudizio, l’appartenenza ai limiti che offriva il corpo fisico.

Forse mi prenderai per matta. O forse no, chissà.

Immagina che fosse come aver scoperto dentro di me, in quel vuoto, una sorta di pena d’amore, qualcosa di costante e onnipresente.

Una pena. Un dolore costante e continuo che per i primi vent’anni mi condusse verso un profondo silenzio. Poi d’improvviso un boato, come un big bang, e la straordinaria scoperta che in quel vuoto, in quella pena,  vi era una quantità d’energia esplosiva, incontenibile, inarrestabile, atavica. Di incarnazione in incarnazione.    

E Roberto mi aveva insegnato la strada per arrivare fin li, a questa sorta di estasi. Fu naturale per me, sostarci oltre modo. Fu naturale perchè ne avevo bisogno. Come un cieco che torna improvvisamente a vedere. Prima un poco alla volta deve imparare ad usare i suoi occhi, a fidarsi di essi. Poi attraverso essi da forma ad una specie di fantasia che gli aveva fatto immaginare paesaggi, oggetti, volti umani. Infine deve stare attento a non perdere gli altri sensi così finemente sviluppati durante la cecità: il tatto, l’udito, l’olfatto. Tre amici, tre guide che gli aveva evitato di sbattare contro qualunque cosa.

In questo posso oggi affermare che errai. Ciò che mi aveva condotta sin li, sino a scoprire la Dea Rossa che era in me, lo dimenticai, lo archiviai, lo persi da qualche parte. La capacità di osservare i particolari, la possibilità immensa che offre il silenzio o lo stare da sola per tante , tante ore. Puff…. Sembravano essere scomparse. Erano diventati una specie di nemici contro cui combattere.

Ed errai in questa forzata ed innaturale dimenticanza: scoprii che la vita era variopinta, non era bianca o nera. E così non inclusi più, per circa tre anni il bianco ed il nero come una possibilità illudendomi che semplicemente non c’erano più.

Ed invece c’erano eccome. E si facevano sentire.   

La facoltà di Archeologia, l’archeologia tutta, si muove quasi esclusivamente su caratteristiche d’ordine scientifico.

Si studia la storia, si studia la storia, si studia all’infinito la storia. Si studiano le lingue antiche, si studiano i reperti ritrovati, e i siti archeologici con una minuzia ed una precisione tale che anche un piccolo frammento diventa una pepita d’oro.

L’archeologia è come fosse il seme della storia. È il microscopio che dirige la ricerca sul passato. Immagina di essere un medico ricercatore che deve studiare un nuovo virus di cui non si sa niente.

Ecco l’archeologia è l’insieme di tutti gli strumenti che occorrono per capire l’origine di quel virus.

Quello che a me più piaceva era il mistero, infatti scelsi fin da subito etruscologia come materia che avrebbe caratterizzato ogni mia ricerca.

Il manuale della Professoressa Banti divenne la mia Bibbia. Lo tenevo sul comodino, perché in ogni momento poteva sorgermi un dubbio e li dentro, anche se non vi erano le risposte, vi avrei trovato le vie che mi avrebbero condotta a trovare risposte ai miei quesiti.

A ripensarci adesso, Alessia, mentre ti scrivo, sembrano passati tre secoli e mezzo, ma credimi se ti dico che i Seminari della Dea Rossa con Roberto e le ore di studio all’Università si contrapponevano come negli anni 60 e 70 i Russi e gli Americani.

Immagina che il percorso scientifico era come l’America mentre la ricerca spirituale avviata con Roberto era Cuba.

Nelle retrovie di me stessa c’era una Guantanamo e ancora un po’ più indietro la guerra del Vietnam. Trovavo giovamento da questa apertura, e lo trovavo soprattutto nel miglioramento della capacità di analisi degli elementi; Maturò in me una sorta di convinzione ma anche di convenienza; quanto alla convinzione essa si basava sul fatto che l’assenza di un confronto con le persone, piuttosto che le repentine e innumerevoli fughe da situazioni che mi avrebbero spinta verso un confronto, cioè la chiusura, peggioravano molto la mia capacità di giungere a formulare concetti di spessore nelle materie archeologiche. Ed io ero, e sono, una persona piuttosto competitiva, una specie di prima donna. La convenienza invece maturò di nascosto: questo genere di percorsi spirituali finivano per risolvermi alcuni problemi di natura strettamente personale. Quando mi accorsi che in me era maturata anche questa forma di convenienza, la Dea Rossa si contrappose e finì per soccombere non trovando una reale destinazione tra le scelte legate all’ordinarietà dei miei studi. Era tutto vero dentro me, ma non stava “bene” con tutto quello che stavo costruendo fuori. Era come andare ad una serata di Gala con la tuta da ginnastica. O ad una scampagnata con l’abito da sera. Non azzeccavo mai l’abbigliamento giusto. E questo induceva in me un profondo disagio. E siccome non ero abituata a parlare dei miei disagi, ma il mio sistema era bianco o nero, non ne parlai mai, neanche con Roberto, dal quale a man mano iniziai ad allontanarmi. E richiusi nel vuoto tutti i disagi, meglio far finta di nulla mi dicevo.

E quello che scaturiva era che tutto finiva in contrapposizione dentro di me e nasceva così una estenuante lotta tra ciò che era reale e ciò che era irreale. Tra questo mondo ed una specie di altro modo.

Era forse il principio della Dualità? Era forse da questa scintilla della dualità che era nata l’Energia della Dea Rossa? Se non vi fosse stata dualità Lei  sarebbe esistita?

Fu una delle ultime cose che annotai prima di decidere di smettere di frequentare questi seminari. No, cara Alessia, ancora non ho dato risposta a queste domande. O forse si, solo che sono un po’ vigliacca per ammetterlo.

Ma vorrei raccontarti come e quando presi consapevolezza di questa frattura dentro di me, che rischiava di diventare una fossa sempre più profonda.

Alla facoltà di Archeologia devi imparare ad andare sott’acqua, perché ci sono molti resti di ville, abitazioni, imbarcazioni ancorate nei fondali vicino alla rive dei mari. Fu così che incontrai Penelope. Lei è una sub. È una donna parecchio strana, si potrebbe dire che non sia del tutto normale. Intanto per il suo aspetto fisico, alta, slanciata, soda, capelli corti e labbra carnose  ed occhi grandi se proporzionati al suo sottile volto; poi per l’espressione del suo viso quando sorride o sembra farlo, perché non si capisce mai esattamente se stia o meno sorridendo, poi perché emana simpatia. Era venuta in aula in assistenza al Professore per spiegarci come si sarebbero svolte le ore dedicate alle immersioni.

Diventammo subito amiche seppur con tutta la diffidenza reciproca che si addiceva al caso. Io perché avevo dei problemi con la fiducia, lei perché, scoprii poi in seguito, aveva avuto una vita piena di incertezze e trascorreva molto, moltissimo tempo da sola. Ma anche perché vi erano rilevanti differenze tra di noi. 

Lei pareva infatti un animale da acqua io uno di terra. Una sera mi confessò che mai aveva incontrato qualcuno che esprimesse così tanta energia simile alla Terra come me, io le confidai d’altro canto che Ella mi pareva un rebus. Era enigmatica.

E così la nostra conoscenza proseguì e devo dire che dura da quasi un decennio per cui il nostro non fu un incontro come un altro ma una specie d’incastro. Mi piacerebbe presentartela, magari se si riuscirà ad incontrarci potrei invitare anche lei.

I punti di vista che avevamo si completavano spesso, perché a me mancava la visione dell’acqua che scivola tra le dita delle mani a lei quella della Terra che altrettanto s’insinua tra le dita.

Ma soprattutto io rimandai fino all’ultimo questa cosa di dovermi immergere sott’acqua. La sensaizione che provavo al solo pensiero m’incuteva una specie di timore reverenziale. La cosa buffa era che provavo lo stesso timore per le montagne. Mare e Montagna mi mettevano in difficoltà da sempre.

Poi quel giorno arrivò mio malgrado. Non potei più attendere oltre. La chiamai e la telefonata non giunse a Penelope per nulla inaspettata.

Il racconto di Penelope, che nei giorni successivi mi fece, di quel giorno al Lago non lasciò alcuna incertezza su quanto profonda fosse questa frattura che, attraverso una sorta d’incapacità mia di mettere assieme il passato con il presente mi portava in luoghi in cui non avevo più alcuna protezione.

***

Penelope

“Perché non mi porti sott’acqua con te?”. Penelope sorrise alla proposta. Sorrise compiaciuta perché sapeva esattamente cosa interessava ad Alice.

“Va bene, mi sembra un’ottima idea. Sono felice Alice che tu me l’abbia chiesto”. Questo si era limitata a rispondere ma dentro di se la proposta iniziò piano piano a fermentare.

Non si chiese ne dove ne quando l’avrebbe portata. Sarebbe successo nel posto e nel momento giusto.

“Alice, domenica mattina io vado in acqua. Tu sei libera?”.

“Ci troviamo alle 10 al porticciolo di Tignale”.

Penelope  era emozionata ma allo stesso tempo molto presente, fin dalla sera prima. Questo le succedeva ogni volta che doveva andare in acqua. Sempre. Indipendentemente dal fatto di avere allievi o no. Era molto meticolosa nel preparare tutto ciò che serviva. Quasi seguisse un prontuario: il giorno prima metteva sotto carica la torcia, i computer e, se previsto, la macchina fotografica. Preparava la muta, le due maschere (una di scorta), la bussola, la boa, le pinne, la zavorra necessaria. Non lasciava nulla al caso. Caricava la bombola e controllava che tutto funzionasse. La regola numero uno della subacquea è che l’acqua non si respira. I problemi all’attrezzatura si risolvono fuori dall’acqua, non in acqua! E questo l’aveva ben imparato, non sulla sua pelle ma sulla pelle delle varie emergenze a cui aveva assistito (fortunatamente, e dico fortunatamente, risolte senza che nessuno si facesse male).

Alice arrivò con 15 minuti di anticipo. Penelope  era già lì. Aveva già scaricato dall’auto tutta l’attrezzatura necessaria.

“Alice, ti mostro come si assembla il tutto”. Alice spalancò gli occhi come una bambina curiosa, curiosissima.

Penelope, ad ogni passaggio, le spiegava lentamente e chiaramente cosa stesse facendo. Le spiegava perché era importante quel passaggio, le spiegava perché era importante avere una grande cura di tutto.

“Alice, l’acqua non si respira. Pensa a questa cosa: immagina di tornare nel grembo della mamma. Respiri attraverso il cordone ombelicale. Ecco, l’erogatore è il tuo cordone ombelicale. Senza di lui, non potresti respirare sott’acqua. Lui prende aria dalla bombola che avrai sulla schiena. Nella bombola c’è esattamente l’aria che respiri sulla terra solo che è in pressione.

Come sulla terra, anche in acqua (a maggior ragione visto che non è il nostro naturale ambiente), devi avere dei riferimenti: devi sapere quanta aria hai, a che profondità sei e quanto tempo ci stai. Avrai quindi un manometro, un profondimetro e un orologio. Non ti puoi addentrare in un bosco senza riferimenti. In acqua è la stessa cosa. E non devi mai trattenere il respiro!!! Mai! Per ora ti chiedo di fidarti di me. Più avanti ti farò una bella e interessante lezione di teoria. Ma per ora fidati di me. Non trattenere mai il respiro, respira sempre. Lentamente e tranquillamente”.

Se non si fosse fidata, Alice non sarebbe lì. Questo Penelope lo sapeva. Alice ascoltava incantata tutto ciò che diceva. Sembrava quasi che Penelope le leggesse nel pensiero. Quando le veniva una domanda, Penelope l’anticipava.

“Alice ti sei chiesta perché ti ho portata al lago e non al mare? Ti sei chiesta perché ho scelto il lago buio e senza alcun colore anziché il mare pieno di vita, di gorgonie e di coralli?”.

In effetti questo se l’era domandato. E non riusciva in alcun modo a darsi una spiegazione.

“Se mi deve far amare il mondo sommerso perché mi porta dove non si vede nulla???”. Questo se l’era chiesto. Se non fosse stata per la grande fiducia, avrebbe detto di no. Ma evidentemente Penelope voleva farle vedere altro. E lei, curiosa per natura, non ebbe esitazioni.

“Sai Alice perché mi piace così tanto il lago? Non tutti i subacquei lo amano, anzi, solo una minima parte lo apprezza. Il lago non ti permette distrazioni. Il lago ti costringe ad essere estremamente presente. Il lago ti costringe ad osservare tutto con precisione chirurgica. E’ un ambiente molto, molto ostile. Sempre buio, sempre freddo, spesso disorientante per la scarsa visibilità. Ma ti permette di entrare profondamente in contatto con l’acqua. Sei tu e l’acqua. Nient’altro. L’acqua e il tuo corpo, il tuo respiro, il tuo battito, il tuo silenzio. Nessuna distrazione. L’acqua si fa conoscere e ti permette di entrare in contatto profondo con te stessa. Col tuo silenzio. Qui non esistono i supereroi, e se esistono si fanno male. Qui c’è ombra, tanta ombra. Qui riesci a percepire ogni parte del tuo corpo. Tutto è amplificato ”.

E non disse altro. Sorrise. Di un sorriso pieno, quasi disarmante. Alice aveva perfettamente capito.

“Alice, ti ho portato al lago perché per i pesci e i coralli c’è tempo”.

Si vestirono e aggiunse solo una cosa: “In acqua si va molto lenti. In acqua ci si muove il meno possibile. Le mani si tengono ferme. Si pinneggia lentamente. In acqua non c’è nessuna fretta!”.

Si buttarono. Penelope era lì. Ferma. Sembrava sospesa. Lo sguardo era diverso, era serio ma allo stesso tempo felice, era estremamente attento. Non si muoveva di un centimetro. Né in su, né in giù, né a destra, né a sinistra. Era lì ferma ad aspettare Alice che si era messa a giocare con le bolle.

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