A ripensare adesso a questi avvenimenti sorrido per le sensazioni che provo; è un po come quando incontri un vecchio amico, ti senti stordito dall’emozione mentre i ricordi affiorano da tutte le parti vociando come ad una festa di Capodanno. Vorrebbero parlare tutti assieme questi ricordi. In ogni caso, quel che è certo, a parte lo sgomitare a volte un po’ irrequieto e disordinato dei miei ricordi, è che da quando ho deciso di scrivere questa storia mi sento più a mio agio con il presente. Il tempo assume una forma sua, come fanno certe sculture che emergono quasi spontaneamente dal marmo dove stavano nascoste da chissà quanto tempo. È da novembre che sono a Parigi, e da allora non ho più posato la penna. Anche mentre non scrivo in realtà è come se prendessi appunti. Spesso nella mia mansarda parigina scrivo distesa nel letto, con i gattini che dormono cullati dai rumori della città e dell’ondeggiare della vicina Senna. L’atmosfera certa volte come questa sera è proprio identica a quella delle tante notti  trascorse a Populonia. Credo che questo attuale  legame con Parigi  sia iniziato proprio li, quando la prima volta che andai a lavorare come stagista al Sito Archeologico di Baratti  presi in affitto la casa del francese, l’ultima in fondo al paesino, la più piccola ma con una vista mozzafiato del Golfo. Le sere stavo con la finestra aperta ad ascoltare quella struggente melodia del mare che inebriava tutto lo spazio attorno a me. E mentre sono qui a lavorare a questa memoria, Leonardo si avvicina con il suo solito miagolio, si mette sotto al lucernario e con quell’insistenza tipica dei felini, guardandomi mi dice: ” Ehi Alice, è arrivato il momento della mia consueta passeggiata sul tetto. Allora mi apri il lucernario così che io possa uscire?” Mentre lo accontento poggio lo sguardo al cielo ed i  miei  ricordi scivolano attraverso la melodia dell’infrangersi delle onde sugli scogli del Golfo e mi conducono, dritta alla mattina  successiva al ritrovamento di quel Libro. Prima di andare a letto la notte del ritrovamento del Libro ne lessi con cura l’introduzione dove  l’autore spiegava come  approcciarsi allo studio del manuale e l’indomani, al mattino, sul sentiero piuttosto impervio che dal paese conduce alla Buca delle Fate, nella mia usuale camminata mattutina prima di andare a lavorare, cercavo di ricordare la serie numerica da cui l’autrice era partita per sistematizzare i contenuti del Libro, e devo dire che la ricordavo perfettamente:

13 – 24 – 17 – 36 – 14 – 3 – 7

Lei spiegava che attraverso questa serie di numeri aveva organizzato le nozioni e le esperienze acquisite durante le lezioni di questa scuola.

Pensai mentre ripetevo la sequenza che i numeri sono affascinanti come solo le stelle possono esserlo: schietti, puri, infrangibili, immutabili, eterni, difficili, sembrano come il cielo racchiudere una logica piena di mistero.

13 – 24 – 17 – 36 – 14 – 3 – 7

Mentre cammino un piede davanti all’altro, continuo a ripetere per molte volte la sequenza:

13 – 24 – 17 – 36 – 14 – 3 – 7

Poi in fondo al sentiero, dove si apre il mare e devi decidere se andare a destra o a sinistra, alzando gli occhi all’orizzonte, dietro alle fronde di due alberi, forse abbagliata dalla distesa blu che prepotentemente cambiava lo scenario ed i colori,  mi tornarono spontaneamente alla memoria due episodi in cui avevo usato i numeri per tradurre due situazioni legate alle emozioni. Tradurre le emozioni per me equivale  a renderle accettabili, cioè a non vergognarmi di esse. Ed i due episodi erano legati proprio alle emozioni scaturenti da un senso di inadeguatezza e dal dolore per la fine di un amore. In entrambe le situazioni avevo trovato giovamento nell’associare un numero all’emozione, per cui per esempio il dolore era diventato 33. Così era più facile: ogni volta che vedevo questo numero soffrivo e la sofferenza era reale e vera ma, in questo modo arginavo la possibilità che la sofferenza ci fosse sempre, tutto il giorno. Insomma avevo deciso che c’era solo quando vedevo o trovavo il numero 33. Da quando avevo fatto per la prima volta meditazione, avevo imparato che era sempre importante andare a camminare con una penna e un foglio in tasca per prendere nota di quanto avrei osservato, perché la mente  è davvero labile e precaria quando si finisce in strati di coscienza diversi da quelli suoi usuali. Alcune delle idee o delle conclusioni più importanti a cui ero giunta erano proprio figlie delle mie camminate. Mi lascio dunque andare a questi ricordi che riportai sul quaderno delle passeggiate.

In quel quaderno vi sono i piccoli o grandi dialoghi interiori, di cui nessuno è testimone, ma da cui emerge una preziosa  conoscenza. Una memoria utile. Fu così che poco prima di arrivare al mare sulle pietre lambite dalle onde, mi fermai per annotare  questo pensiero: attraverso la ripetizione della sequenza ho bloccato il fagocitare della mente. E questo silenzio ha fatto riaffiorare ricordi di un tempo lontano. Solo un’altra volta ero riuscita in questa cosa di bloccare la mente: ad una lezione di yoga dove l’insegnante ci fece fare una pratica di yoga bendati. I numeri mi avevano fatto lo stesso effetto della benda agli occhi. Mi avevano spinto in un luogo buio da cui non avevo vie di  fuga. Cioè non si aprivano porte dove fuggire dalla situazione stessa. Nessuna porta e quindi un unica possibilità, essere lucida e stare lì aderente a quel momento.

Ero piena di informazioni alla fine della passeggiata e dentro di me qualcosa iniziò a scalpitare.

Allora non sapevo definirla, oggi si.

Ero andata certamente lunga con i tempi quella mattina e sono  oramai le 9,30 passate quando rientro a casa ma fortunatamente è lunedì, e di lunedì ho un po’ più tempo, perché il mio lavoro consiste in un incontro  con il direttore del Museo Guarnacci di Volterra, sullo stato di avanzamento dei lavori di ricerca, oltre che la verifica delle scritture contabili di gestione del sito archeologico di Baratti, di cui il Direttore, ha ben pensato di farmi responsabile mio malgrado.

Sono le 11,30 e puntuale come un orologio svizzero entro nel suo ufficio, che si trova in un vecchio palazzo della curia a Volterra. Lui come al solito è impeccabile nel suo abbigliamento. Fabrizio Buongiovanni è un vero cultore della materia, di origine Volterrana, cresciuto in San Giusto, conosce ogni segreto di ogni opera custodita nel museo. Ha passato oramai i 50 e si appresta ad arrivare ai 60. È in splendida forma. Credo sia una persona molto felice, ma ogni volta che lo incontro mi domando  se questa felicità più che derivare dalla lietezza di apprezzare e conoscere affondo la piega che ha preso la sua vita, derivi piuttosto  da non essersi posto particolari domande, come se la sua vita fosse andata più semplicemente  nel verso che doveva.  E lui avesse di buon grado trovato il modo di adattarsi a tutto.

Mi accoglie come al solito con un sorriso cortese e chiama la segretaria per portarci un caffè, che da lui è inteso come un rituale molto, molto importante. Un rituale di cui viene curato ogni dettaglio, dal sapore del caffè sempre ottimo, al luogo dove prenderlo, alle tazzine dove viene servito.

Sotto il finestrone del suo ufficio che si affaccia nella via di lato alla piazzetta, c’è posizionato un piccolo divanetto rosso, con di fronte un tavolinetto di vetro e poggiata al centro una bella piantina grassa, un aloe.

Il caffè lo abbiamo sempre preso li ed ogni lunedì la domanda dopo il saluto con stretta di mano e due teneri bacetti,  è sempre la stessa: “Allora, nostra cara  Alice, che novità ci porti?”

Io rispondevo sempre allo stesso modo: ”la situazione del sito archeologico di baratti è sempre molto buona, gli scavi procedono bene, soprattutto nell’area adiacente al mare, e i visitatori aumentano notevolmente, dovremmo migliorare invece la comunicazione delle nostre iniziative. A tal proposito vorrei esporti…”  ma  di solito, non mi lascia finire e dopo questo preambolo passiamo alla scrivania per vedere assieme i programmi e finalmente arriva il momento prediletto per Fabrizio, le analisi attraverso i numeri, e come sempre la mia osservazione sul miglioramento delle iniziative comunicative verso l’esterno viene completamente ignorata. Se non fosse che è una persona competente e piacevole c’avrei già da tempo discusso animatamente, ma questo suo modo di essere mi frena, o meglio, mi frega.

Questa volta però interrompo il rituale di spostamento dal divano alla scrivania. Ho dentro una volontà precisa che mi spinge a non mollare.

Mi aggancio d’istinto all’energia evocata al mattino dialogando tra me e me sul senso dei numeri, e ripeto velocemente nella mia testa la sequenza del libro 13 – 24 – 17  -36- 14-3-7  così,  immediatamente, mi sovviene una soluzione:  so cosa fare per interrompere queste ciclo sempre uguale di azioni ripetitive. È tutto molto veloce, devo agire in una frazione di secondo altrimenti perdo il tempo; poggio dunque la mia mano su quella di Fabrizio, gli dico aspetta ti devo dire alcune cose e porre delle domande.  In questo modo, interrompendo la sequenza normale di avvenimenti che contraddistinguono da sempre le nostre riunioni, come se da una decina d’anni a questa parte vi fosse stato lo stesso disco in sottofondo, costringo me, ma anche lui, a cambiare posizione del corpo all’interno della stanza-ufficio.  Ed improvvisamente mi ritrovo in piedi, mentre lui ancora seduto,  come svegliatosi da un incantesimo, mi ascolta mentre gli racconto che con le colleghe abbiamo lavorato ad un nuovo progetto, che si chiama << Nei sentieri dell’archeologia>>, e che è un progetto che vorremmo proporre a tutte le associazioni di trekking italiano e che vede al centro dell’esperienza un’esplorazione del territorio di Baratti, ma volendo anche di quello di Volterra, guidata da un’archeologa la quale racconterà degli Etruschi, dei ritrovamenti, dei tesori, facendo cambiare la prospettiva di osservazione, da una statica e tradizionale che vede l’interlocutore posizionato di fronte ad un opera, con annessa narrazione della Guida Archeologa, ad una in cui il racconto storico è accompagnato da una prospettiva di osservazione diversa giacchè  in movimento.  Un modo diverso di raccontare l’Archeologia, un modo vincente, appassionato, che cambia le prospettive, le arricchisce, facendole uscire forse da un semplice turismo o interesse d’elitè o di studio. Fabrizio mi guarda, ma soprattutto mi ascolta, e noto che il progetto gli piace. Si alza, prende il telefono chiama la segretaria e gli dice di mettermi nelle condizioni più ottimali per realizzare un progetto nuovo che si chiama << nei sentieri dell’archeologia>>. Si dimentica perfino della parte legata ai numeri, e mi consegna una procedura da seguire per presentare il progetto, che conta di ricevere nella sua mail entro la fine di settembre. <<Potremmo proporre anche dei percosi in bike altre che a piedi>> infine mi dice. Certamente gli rispondo. È un uomo intelligente Fabrizio ed anche molto affascinante e ben predisposto al cambiamento, solo che forse non sapeva di esserlo e neanche io lo sospettavo fino a pochi attimi prima. 

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