Mi ricordo come fu difficile all’inizio procedere nello studio e nella lettura di questo libro. Se non fosse stato che più avanti nel tempo avevo trovato, infine,  il coraggio di chiamare l’autrice e cercare un confronto con essa, adesso, probabilmente,  non sarei qui a narrarvi questa storia.

Il primo capitolo del libro, infatti, si apre con la presentazione di un personaggio non troppo rincuorante, e non solo per il suo nome, Avversario, ma anche per come esso è raffigurato.

Pare una sorta di alieno, i cui lineamenti sono rinvenibili seguendo con lo sguardo quella linea bianca sottile, che ne va a definire i tratti somatici.

I colori mi ricordavano quelli della copertina di un episodio di X-files ed anche la sua presentazione, seppur pregna di fascino, mi destò subito molti tumulti interiori.

<<L’avversario nasce dalle pressioni avute, dai condizionamenti avuti, dai sogni non realizzati, dalla proiezione che abbiamo sia della vita che degli altri: da scelte non fatte, da scelte non sostenute dalla propria responsabilità, da atti non compiuti. Egli fa e vive tutto quello che non hai fatto o vissuto>>.

Correva veloce allora la mia mente, mentre il senso di queste parole riecheggiava come una melodia lontanissima, di cui mi pareva però di poter riconoscerne le note.

Eppure era la prima volta che sentivo parlare di Avversario.

Ricordo bene il profondo silenzio che la lettura di quel capitolo generò nelle mie orecchie.

È un pò come quando metti le cuffie ed isoli i rumori che provengono da fuori. E sei lì da solo con quel senso di silenzio denso nella mente.

Mentre ero là, quasi imbambolata da quella sensazione, mi sovvenne che già un’altra volta avevo provato quella stessa sensazione, tanti anni prima, ancora laureanda, quando per la prima volta andai a lavorare al sito archeologico di Populonia.

Ero entusiasta di questa opportunità, non solo di scavare, ma di farlo nel luogo che desideravo.

Partii con il mio zainetto in spalla, con gli attrezzi per scavare, il quaderno per gli appunti e una impazienza di iniziare che riempiva fino all’orlo la mia auto, mentre percorrevo il Viale della Principessa da San Vincenzo a Baratti. Quella mattina avrei, per la prima volta, scavato alla ricerca dei resti del tempo che si annidano sotto la terra.

C’era un fascino in tutto questo, che il  pensiero lo faceva subito trasformare in adrenalina.

Come prima esperienza, entrai dentro alla casa di un etrusco posta di fianco alle terme, sopra l’Acropoli di Populonia. Non c’erano ancora le scalette per scendere sotto terra ed i lavori di restauro dovevano essere ancora compiuti. Questa parte del sito l’aveva scoperta alla fine degli anni 90 un’archeologa che, si narrava, avesse un fiuto pazzesco. Era molto testarda e, nonostante non vi fossero prove empiriche circa il fatto che lì vi potessero essere dei resti di qualche insediamento,  lei era certa del contrario, ed iniziò a scavare.
Scavò da sola per giorni e giorni, recintò il perimetro e poco dopo ecco che dalla terra emerse la storia; la storia di una piccola casetta che in passato doveva per certo essere stata abitata da un etrusco. La casa dell’etrusco riecheggiò proprio come il rumore delle onde che si infrangevano sugli scogli, in quel tempo presente.

Scavare è la cosa che più mi piace di questo lavoro. È l’atto che concretizza la ricerca. Ci sono molti modi per ricercare, alcuni dei quali si fermano ad un sistema basato sui concetti, come le arti filosofiche. Altri, invece, vanno più in profondità, cioè creano delle relazioni tra il sistema delle idee ed il sistema operativo in cui viviamo. Sono come dei ganci che uniscono il passato ai tempi odierni.

Scavare tra la terra per me rappresentava esattamente la possibilità di tracciare queste linee di unione tra il passato ed il presente. E questo mi pareva anche essere lo scopo della mia vita. In questi recenti anni ho invece compreso che per analogia questo scavare posso applicarlo a tutti gli ambiti della mia vita. Ma anche questa volta procediamo con un certo ordine che la narrativa impone. Torniamo allora a quei preziosi momenti.

Io quelle linee che uniscono il passato al presente le vedevo davvero e le osservavo intersecarsi tra le parole e le immagini racchiuse nei libri di testo dell’Università. E quel giorno, quella volta in cui mi accingevo a fare la mia prima esperienza da scavatrice, ero in trepida attesa perché sapevo che le avrei finalmente viste nella pratica di questo mestiere. Erano piccoli sottilissimi fili scintillanti. Certe volte colorati, altre trasparenti come la rugiada che congela al mattino presto, tra l’erba dei prati. Passavo ore ad inseguirli tra le parole scritte nei libri. E questi fili mi conducevano verso porte che, una volta aperte, mi portavano sempre in nuovi luoghi.
Eppure tutto aveva una consequenzialità precisa; tutto, alla fine di questo andare, mi riportava al punto da cui era partita.
Certe volte scaturiva tutto da un dipinto di un vaso d’ornamento di una tomba, altre volte era l’affermazione di uno storico.

Allora ancora non sapevo di preciso come sorgesse questa cosa.

Quello che avevo compreso era che, la mia attenzione, si concentrava d’improvviso su una frase o una immagine. Pareva che tutte le energie in mio possesso confluissero in un unico e preciso punto.
E così iniziava questa sorta di viaggio in cui si generavano, uno dopo l’altro, continui richiami a situazioni della mia vita, o a cose che avevo letto in passato su altri libri.
Ed io con tutta me stessa correvo dietro a tutto questo ben di Dio. A volte passavano tante, tante ore. Intere notti. Era come un sogno da sveglia. 

Ed io cercavo e scoprivo.

E più ricercavo e più non esisteva altro che quel momento. Certe volte cadevo esausta nel letto. Mi addormentavo così profondamente da perdere la cognizione del giorno e della notte. Ma si sa, quando si è studenti ci si può permettere un po’ di tutto.

Così l’immaginazione correva veloce come la mia auto e il mio sguardo si posò finalmente sulle alte vette dei pini della pineta di Baratti.  Il responsabile degli scavi mi attendeva nel parcheggio della Necropoli.

Dopo i primi convenevoli ed indicazioni di natura pratica, ci accingemmo ad andare verso Populonia alla casa dell’etrusco. Sul manto verde che la ricopriva era stato fatto un buco, alla sinistra del quale era stata scavata una piccola discesa e predisposta un’apertura per procedere con gli scavi  sotto  terra.
Come mi infilai là sotto con la torcia accesa, subito seppi come muovermi. Era naturale per me compiere quei gesti e tenere in mano gli attrezzi. Non avevo alcun dubbio circa il modo di procedere e ben sapevo che erano queste linee che percepivo, ciò a cui dovevo affidarmi.

Qualcuno potrebbe chiamarlo istinto, ma l’istinto è un’altra cosa. L’istinto è quella caratteristica che ti fa sorpassare il giudizio, esattamente come quando sei su un rettilineo e davanti a te c’è un auto che va molto molto lentamente. Tu la superi e riprendi la tua andatura. La stessa cosa fa l’istinto. Ti consente di superare il giudizio, e dunque la paura, dandoti l’impeto giusto per seguire qualcosa d’altro e recuperare la tua andatura.
Questo qualcosa d’altro per me erano quelle linee che io vedevo perfettamente. Così seguendole, quella mattina, come mi accadde dopo aver letto il capitolo dedicato all’Avversario, sprofondai in quel silenzio assoluto.

Non fu facile venirne a capo.
Ma qualcosa c’era. Una via contraria, attraverso la quale poter comprendere.

Io avevo desiderato sin da bambina fare l’archeologa, anzi fin da bambina avevo desiderato di diventare una studiosa di Etruscologia.
E sapevo bene il perché. E non avevo mai mollato. Mai.
Anche quando era faticoso, anche quando c’erano tante rinunce da fare, anche quando mi prendeva un certo, tremendo,  struggimento per la paura di non riuscire a far diventare questo mio sogno realtà 
Era lo stesso struggimento, credo, che prende ad una persona innamorata quando la paura di non poter vedere il suo amato si attanaglia allo stomaco.
Era come il dolore del giovane Werther , una specie di mal d’amore, profondo, viscerale. Ecco, quello che provavo era paragonabile al mal d’amore. E spesso non riuscivo a trovarne cura.
Per esempio, in prossimità di un esame lo sconforto finiva per prendere il sopravvento. In più, dentro di me vi era una grande competitività, non di certo nei confronti di qualche collega universitario, dei quali non mi importava un granchè.
No, era una continua e costante competizione con me stessa.
Ogni volta dovevo dimostrare qualcosa in più. Dovevo ottenere un risultato migliore. Non importava che questo risultato si trasmutasse in un voto più alto, anche perché con questo caratterino è anche inutile specificare che avevo solamente voti alti; dovevo però chiudere quella materia sapendo di aver ottenuto più sapere. Sapendo di aver letto qualcosa che inizialmente non comprendevo, ma che avevo poi alla fine assimilato. Disciolto come lo zucchero nel caffè. Amalgamato.

Credo che la mia ernia iatale sia nata proprio in quei tempi. Un ernia che poi si sarebbe rivelata una delle più grandi fortune, come un allarme che quando suona presagisce ad un cambiamento.

Ero fissata. Certamente. E spesso mi ritrovavo anche da sola perché le altre ragazze che frequentavo avevano questa stessa mia caparbietà, ma la utilizzavano nelle relazioni con gli uomini, alla spasmodica ricerca dell’anima gemella.
Quindi capirete che quanto ad argomenti in comune era difficile trovarne, ed anche le serate finivano sempre con io che facevo scena muta. Ero apprezzata solo da chi aveva il talento di ascoltare.E c’ero arrivata, alla fine, non solo a laurearmi con una tesi per altro d’avanguardia sulla gestione dei siti archeologici,  ma anche a diventare direttore del Sito Archeologico per me più bello al mondo.

Eppure tutto quell’orgoglio, in quel momento, ai margini di quella lettura, non mi pareva più essere così pertinente. O meglio, era senz’altro importante il ruolo che aveva giocato, ma a quale prezzo?Certamente mi era occorso per vivere quello che volevo vivere, ma avevo la sensazione di non essere riuscita ad addomesticarlo, a renderlo morbido, come la terra che nasconde i preziosi oggetti del passato. 

Pur realizzando il mio sogno, avevo concesso così tanto spazio alla mente che mi pareva di aver creato una sorta di distanza tra ciò che ero e ciò che avevo creato: l’immagine che di me si rifletteva.

Era allora questo il senso di questo personaggio misterioso che prendeva il nome di Avversario? Creare uno spazio di mezzo tra l’essere e l’apparire? E se si perché? Per quale motivo? Non era forse già abbastanza difficile per l’essere umano vivere? C’era davvero bisogno di un antagonista di questa calibratura?  

Sentii inacidirsi la mia ernia.

Dovevo incontrare questa autrice, troppe domande. Troppo complessa la strada perché potesse essere percorsa senza un adattatore.

Per la prima volta mi parve comunque di prendere coscienza dell’esistenza di una trama nascosta tra gli esseri umani, simile a quegli stupendi arazzi fastosi e torniti di immagini meravigliose. 

Una trama che legava gli esseri umani gli uni agli altri e il cui motivo principale, la raffigurazione attorno alla quale si muoveva l’intero motivo, era la cura.

Percepii l’atto della cura come qualcosa di incredibilmente concreto. Come lo è compiere una scelta.

Infatti, avrei potuto in quel momento decidere di smettere di leggere quel libro, oppure di dare credito a tutto quello che esso mi provocava oltre le domande.

Scelsi di dargli credito.

Accesi il computer e digitai il nome dell’autrice, Alessia Intilisano

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